Il dolore
Una centrale di spaccio nel centro città
Al di là dei binari c’è un boschetto dove i pusher maghrebini fanno affari d’oro. Un via vai continuo e due morti in pochi giorni
PISA. Come seguire il Bianconiglio nel Paese delle meraviglie. Ma chi segue quel sentiero fino a quel buco nella vegetazione non trova il mondo immaginato da Lewis Carrol; trova un anfratto di perdizione e malattia, una porta per l’inferno dalla quale non si torna indietro. Un mondo preciso, controllato, che segue le regole esatte del commercio di droga.
Dove. Porta a Mare, alle spalle del tratto di via Quarantola che costeggia i binari, oltre i binari a voler essere precisi, in mezzo alla boscaglia esiste una centrale dello spaccio. Sorvegliata, piantonata tutto il giorno da una banda organizzata, eppure molto frequentata: quel pezzo di macchia che si intravede da via Aldo Moro è il luogo di culto di un pellegrinaggio che non conosce sosta, tutti in fila a rendere omaggio a nostra signora della droga. Qualcuno però non torna indietro: due i morti in pochi giorni, quelli conosciuti almeno.
Primi sospetti. A chi scende dal treno dagli ultimi vagoni è capitato di notare ragazzi, giovani e giovanissimi, che invece di dirigersi verso il sottopassaggio, si dirigevano dalla parte opposta: giù lungo i binari. Ancora, se ne poteva trovare altri passando da via Quarantola. È bastato avere pazienza e scegliere il giusto punto di osservazione per notare che quel flusso variegato convergeva verso un punto preciso e lì, semplicemente, scompariva. Una trentina in poche ore, per lo più minorenni. Sono quattro le vie d’accesso individuate: direttamente dalla stazione lungo i binari, attraverso il parcheggio dei dipendenti delle ferrovie (alle spalle del complesso della sesta porta per intenderci), scavalcando le ringhiere da porta a mare e dal giardino di via Aldo Moro. Ogni accesso è attentamente piantonato: seduti sulle panchine o immersi in un finto ozio ci sono complici che scrutano e riportano movimenti sospetti, il rischio della retata è sempre molto alto.
Primo tentativo. Il passo successivo è stato tentare un approccio diretto. E qui sono sorte le prime difficoltà. Perché logisticamente il posto non è stato scelto a caso: non è di passaggio come una piazza del centro, per arrivarci è necessario attraversare tre coppie di binari, un ampio spazio aperto facilmente controllabile.
L’ora di punta. Già a metà strada la prima vedetta, armata di telefonino, segnala la presenza di facce poco note: in pochi secondi arriva il controllo. Giovani, magrebini d’aspetto e decisamente in salute. Uno incontro e due poco distanti. Una sigaretta offerta è il pretesto per l’interrogatorio: nome e provenienza, tutto ripetuto più volte alla ricerca di contraddizioni. Il tono è amichevole ma l’espressione sui volti non lascia dubbi sullo scopo della chiacchierata. Superato l’esame restano comunque le vedette di guardia. Chi arriva alle porte del covo comprende come mai chi raggiungeva questo punto scompariva alla vista: nella boscaglia si apre un buco di un metro di larghezza, per entrare bisogna abbassarsi e fare tre scalini. La sensazione è di infilarsi in un posto dal quale è difficile uscire. Le sentinelle rimangono al loro posto: telefono all’orecchio e sguardi vigili. Lungo i binari una ragazza si avvicina: giovane, una ventina di anni, ben vestita. Troppo per non attirare l’attenzione. È di Pisa e il suo consiglio è di fare in fretta per non farsi scorgere dalla strada.
La tana. Diversi giorni dopo, questa volta di mattina presto. Nessuno in vista ma la vegetazione alta consiglia prudenza. Raggiunta l’entrata della tana, nella siepe buio fitto, dentro potrebbe non esserci nessuno o l’esatto opposto. Oltre i tre gradini si rivela un altro mondo. Un ampio spazio si apre intorno: sia ai lati che davanti, fino al muro di cinta della Saint Gobain. Sopra si estende un tetto di vegetazione e per terra un tappeto di rifiuti e siringhe. Sono molti gli anfratti che si susseguono uno dopo l’altro e dentro ognuno resti di fast food e giacigli. Facile dedurre che qua dentro ci vivano delle persone e che per gli altri sia un posto sicuro, al riparo da occhi indiscreti, per consumare la dose appena comprata. Il tempo di documentare tutto e poi fuori, a riveder le stelle. Nei giorni successivi niente cambia: il pellegrinaggio continua indisturbato, la macchina organizzativa procede spedita sotto lo sguardo attento dei pusher. Poi le morti.
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