Il Tirreno

Pisa

Elio e le Storie tese venerdì al Cus «Veniamo a stupirvi»

di Gianluca Campanella

Intervista al chitarrista Cesareo, da trent’anni nella band: «Ci sarà anche Mangoni, lui è un architetto tuttofare»

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PISA. Cesareo, chitarrista di Elio e le Storie tese, ci presenta il concerto di venerdì al Cus.

Si può considerare l’inaugurazione del vostro tour estivo? «Certo! Le tre date di maggio prevedevano la scaletta invernale. Pisa avrà l’onore di ascoltare per prima 6, 7 pezzi diversi del nuovo spettacolo».

Ci anticipi qualche sorpresa?

«Ci saranno i grandi classici e almeno due brani che da molto tempo non portiamo dal vivo: “Milza” e “Uomini col borsello”. Il resto non ve lo dico».

Perché suonate proprio al “Tower festival” dello sport?

«Potrei inventarmi centinaia di cavolate; ma dico che semplicemente è la prima telefonata che abbiamo ricevuto». Però molti di voi praticano sport.

«Ormai solo il Faso, che è diventato dirigente (dell’Ares Milano baseball e saltuariamente gioca come prima base, nda). Ha tutto il nostro sostegno».

Il pubblico non vuole voi, ma il Mangoni: ci sarà?

«L’architetto Mangoni è di fatto un membro della band e un artista tutto fare. Non può mancare e ci sarà anche a Pisa».

Il Comune ha bandito tre biglietti omaggio: chi risponde prima a una domanda su di voi, vince un posto al concerto. Vanno via in pochissimo tempo. Che rapporto avete con questo zoccolo duro di appassionati?

«Amore infinito: per ogni artista sono vita e sostegno. Per noi che facciamo piccoli numeri, questo discorso vale a maggior ragione. Proviamo stima e affetto per loro e prevediamo spesso momenti di incontro nel back stage».

Li chiamate “fave”: li incontrerete anche al termine della data al Cus?

«Penso proprio di sì: hanno un regolamento e si sono già messe in contatto. Quando non riusciamo a vederci dipende solo da motivi di sicurezza della location specifica».

Parlavi di “piccoli numeri”. Consentimi la citazione di Aristotele: la commedia è un genere inferiore. Vuol dire che far ridere non paga?

«In realtà abbiamo concluso un buon tour con buoni numeri di vendita. Intendevo piccoli numeri rispetto a Vasco e Ligabue. Ma il nostro è un percorso che non cerca il successo; in questo modo resisti 30 anni. Non scriviamo una canzone pensando di renderla il singolo numero 1 su Radio Italia».

Percorso che ha dietro un lavoro immenso. Avete quasi tutti studiato al conservatorio e ogni brano mostra un numero incredibile di citazioni e una ricerca culturale.

«Non conta l’estrazione musicale. Conta una buona autocritica interna. Per fortuna è ancora ben funzionante per capire se, quando si scrive una canzone, essa è valida o da buttare. Poi siamo anche stimolati da quello che c’è intorno: se non fossimo andati a Sanremo probabilmente non avremmo mai scritto brani come “La terra dei cachi” e “La canzone mononota”. A volte sono mirirati».

Quello che c’è intorno? Mica capita: ve lo andate a cercare. Parlo di Rocco Siffredi.

«Capisco che possa stupire. Cerchiamo la via più clamorosa, anche se poi Rocco non ha fatto niente di strano. Il valore aggiunto è portare Siffredi a Sanremo, il gesto in sé è clamoroso».

Non negare che vi divertite.

«Tantissimo: è uno degli ingredienti fondamentali che spiegano come mai stiamo insieme da 30 anni. Penso che se non ci divertissimo si sentirebbe al di fuori, sul palco si vedrebbe. Mentre noi siamo rock, più di Vasco e Ligabue. Se loro sono rock, in proporzione possiamo dire che noi facciamo metallo pesante. C’è piacere nello stare insieme».

E anche molto affetto. Sul vostro sito compare Feiez come membro della band, nonostante sia scomparso nel 1998.

«Sono momenti che non si dimenticano mai. Noi abbiamo la fortuna di fare musica, che si imprime su supporti che restano per sempre. Feiez non si cancellerà mai e quando ascolto le canzoni che ha suonato con noi è come se ci fosse anche nel presente».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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