Sicurezza
Arrigo VII morì per la malaria Non fu avvelenato
Sui resti dell’imperatore sepolto a Pisa è in corso da mesi una meticolosa indagine da parte di un gruppo di studiosi
PISA. Enrico VII di Lussemburgo - Pisa gli dedica martedì prossimo i festeggiamenti del Capodanno Pisano -, non morì avvelenato, ma a ucciderlo fu la malaria. Sembra finalmente risolto un mistero che dura da sette secoli.
Il condizionale è d’obbligo, visto che sui resti dell’imperatore è in corso da diversi mesi una meticolosa indagine scientifica di un gruppo di studiosi, tra i quali l’antropologo Francesco Mallegni (egli ricostruirà il calco del volto). I risultati sono top secret.
Qualcosa comunque è trapelato e sembra avvalorare la tesi secondo la quale la causa della morte di Arrigo VII (così i pisani chiamano affettuosamente Enrico VII, riprendendo il verso di Dante nel XXX canto del Paradiso: …”dell’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia…” ) sarebbe dovuta agli effetti collaterali della malaria, mentre si escluderebbero cause di avvelenamento. L'imperatore Arrigo VII morì nell'agosto del 1313 vicino a Siena. Da qui fu trasportato a Pisa e fu sepolto nel Duomo.
L’ipotesi dell’avvelenamento. In un libro pubblicato nel 1843 Camillo Paganel, avvalendosi di fonti testimoniali reperite presso l’Università di Coblenza, aveva cercato di documentare la “diceria” dell’avvelenamento, avallando quella della malaria. Scrive: «L’imperatore si avanza coi suoi soldati, ma nel momento di rialzare la dignità dell’Impero, cade ammalato e muore di febbre pestilenziale, in Buonconvento, in Toscana. Per timore, senza dubbio, di calunniare la peste, si preferì calunniare un prete, onde fu sparsa la voce che un domenicano, Bernardo di Montepulciano, confessore di Enrico, lo aveva avvelenato amministrandogli la comunione. Una dichiarazione autentica di Giovanni di Boemia, figlio dell’imperatore, smentì questa abominevole imputazione».
Ma la morte di Arrigo VII è rimasta un enigma fino ai giorni nostri e a svelarlo sarà il risultato delle complesse analisi in corso sui resti dello scheletro: indiscrezioni avvalorano la tesi, come si è detto, di morte per malaria e non per avvelenamento.
L’apertura del sarcofago. Nell’autunno scorso un gruppo di studiosi dell’Opera della Primaziale e dell’Università di Pisa ha aperto il sarcofago per la terza volta dopo quelle del 1727 e del 1920. Dalle analisi del teschio ben conservato sarà possibile ricostruire il volto e dall'analisi dello scheletro si potrà risalire alle cause della morte: naturale, malaria o avvelenamento?
L’analisi, come dicevamo prima, è tuttora in corso, ma ciò che sarebbe intanto emerso, in modo inconfutabile, è l’esclusione della causa di avvelenamento. Non solo, sembra anche confermato che per portare la salma dell’imperatore da Buonconvento (luogo della morte) a Pisa, il corpo sia stato bruciato e la testa staccata e bollita a parte. Le ossa sono state trovate in buono stato di conservazione. Dentro il sarcofago sono state rinvenute anche la corona imperiale, lo scettro e il globo, tutto in argento dorato. Sicuramente il ritrovamento più importante è il tessuto di 3 metri per 120 centimetri in cui era avvolto: in seta con fasce rosa-azzurre e con il disegno di due leoni che si affrontano. Si tratta del tessuto più importante del Medioevo, per conservazione e dimensioni.
I grandi onori del passato alla tomba di Arrigo VII. Altri particolari, anche inediti, sono emersi dalle ricerche effettuate riguardo alle prime due aperture del sarcofago, opera di Tino di Camaino, nel Duomo di Pisa. La prima risale al 1727, come risulta da documenti presso l’Archivio di Stato di Pisa. Per la seconda che risale al 30 ottobre 1920 - secondo i documenti che il cultore di storia pisana Francesco Capecchi ha reperito negli Archivi di Stato - gli onori furono massimi. Accanto alle maggiori autorità cittadine c’erano il Re d’Italia Vittorio Emanuele III, il figlio Umberto di Savoia e il cardinale Pietro Maffi. Grandi onori anche per la chiusura del sarcofago, il 26 settembre 1921: erano presenti il primo ministro del Lussemburgo Emile Reuter, il musicista Pietro Mascagni e Giovanni Gronchi.
L’incrocio tra Arrigo VII e Dante. Eletto, sul finire del 1308 re di Germania e, in seguito, incoronato imperatore da papa Clemente V, nel dicembre del 1310, a Milano, Arrigo VII di Lussemburgo (1275-1313) rappresentò per Dante una nuova speranza, non solo perché il nuovo sovrano si dichiarò interessato a restaurare nella penisola italiana l’autorità imperiale e la pace, ma anche perché la sua elezione sembrò nascere nel segno di un equilibrio tra il potere temporale e quello spirituale. In una lettera dell’autunno del 1310, indirizzata a tutta la nobiltà d’Italia, infatti, il poeta saluta l’imperatore come un “nuovo Mosè” che viene per salvare il suo popolo dagli odi e dalla distruzione (Epistola, V). Dante seguì Enrico VII nel soggiorno pisano come hanno documentato studiosi e ricercatori del dipartimento d’italianistica e di medievistica dell’Università di Pisa: qui il poeta avrebbe scritto la “Monarchia”.
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