Il Tirreno

Pisa

Tra Galileo e la pittura, amore reciproco

di Maurizia Tazartes
Tra Galileo e la pittura, amore reciproco

Voleva fare il pittore e fu amico di Artemisia Gentileschi e del Cigoli. E i suoi studi scientifici si ritrovano in molte opere

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PISA. Con Galileo scienza e arte vanno a braccetto. Il grande scienziato, di cui ricorrono quest'anno i 450 anni dalla nascita a Pisa il 15 febbraio 1564 (morto ad Arcetri l'8 gennaio 1642) non è stato solo un fisico, astronomo, filosofo e matematico, ma un disegnatore scientifico, critico d'arte, protettore di artisti, ispiratore di immagini e di iconografie. Lo ha ben dimostrato la mostra del 2009 a Palazzo Blu (Il cannocchiale e il pennello).

Figlio di un apprezzato musicista, Galileo avrebbe voluto fare il pittore. Frequenta invece a Pisa la facoltà di medicina dal 1580 al 1585. Non soddisfatto e non laureato, segue a Firenze i corsi di geometria di Ostilio Ricci in compagnia di Ludovico Cardi detto il Cigoli, personalità complessa, pittore, scultore, architetto, teorico d'arte. Comincia così una lunga, proficua amicizia tra i due, con scambi di idee, collaborazioni, fitto carteggio, sino al 1613 quando Cigoli muore. Galileo fa disegni scientifici, schizzi a penna, figure di fantasia, ma se non sarà mai un artista, è circondato da scultori e pittori che, come Cigoli, proponevano un'arte nuova, meno accademica, più classica e naturale.

Galileo si impone presto come un fine connoisseur, cui gli amici chiedono giudizi e consigli. Il discepolo e biografo Vincenzo Viviani racconta che i pittori Cigoli, Empoli, Passignano, Allori «spesso lo richiedevano del parer suo nell'ordinazione dell'istorie, nella disposizione delle figure, nelle prospettive, nel colorito et in ogn'altra parte concorrente alla perfezione della pittura…».

Un gusto "squisito" che lo portava a prediligere la pittura classicista, morbida, sfumata ed equilibrata degli amici fiorentini e a disprezzare le sfrenate fantasie del lombardo Giuseppe Arcimboldo.

È noto il giudizio trinciante dato dallo scienziato sul quadro del pesciatino Giuseppe Pagni raffigurante San Michele Arcangelo abbatte il demonio, allora in duomo e oggi esposto nel Museo di San Matteo. Una posa, quella dell'arcangelo a cavalcioni sul demonio, che Galileo giudicava scandalosa («atto disonestissimo»).

Non solo, ma partecipa ai dibattiti artistici come quello in voga sin dal Cinquecento sulla superiorità tra pittura e scultura, scegliendo la pittura perché «non avendo ella rilievo alcuno ci mostra rilevare quanto la scultura».

Nel 1609 perfeziona il cannocchiale inventato un anno prima in Olanda e lo adatta all'osservazione dei corpi celesti. Esamina per 55 notti il cosmo, la luna e la sua luce, la via lattea, i satelliti di Giove(Medicea sydera). E a dimostrare che i corpi celesti non sono immobili né perenni, disegna ad acquerello le fasi lunari in sette tavole "dal vero", con luci ed ombre (gli originali sono nel fondo galileiano della Biblioteca Nazionale di Firenze). Li traduce in acquaforte e inserisce nel Sidereus Nuncius stampato a Venezia nel 1610 in 150 copie.

Grande scalpore in tutta Europa. Cosimo II richiama Galileo a Firenze nel giugno del 1610 nominandolo "primario matematico dello Studio di Pisa e filosofo del Granduca" e lui vi giunge nell'autunno.

Un primo straordinario riflesso dei suoi studi lunari è il grande affresco realizzato da Cigoli tra il settembre del 1610 e la fine del 1612 nella cupola di Santa Maria Maggiore a Roma. In esso, ai piedi della Vergine Assunta, la luna appare osservata con il telescopio e come Galilei l'aveva descritta nel Sidereus Nuncius. Federico Cesi, il Principe dell'Accademia del Lincei romana, ne dà notizia allo scienziato a Firenze in una lettera del 23 dicembre 1612.

Da quel momento le scoperte galileiane entrano nell'immaginario dei pittori. Artemisia Gentileschi, che ha conosciuto Galilei forse da ragazzina a Roma e ne diviene amica a Firenze agli inizi del secondo decennio del Seicento, gli rende omaggio in alcune sue celebri pitture come la Giuditta e la sua ancella del 1625-1627 (The Detroit Institute of Arts,), in cui l'ombra sul volto dell'eroina sembra rispecchiare una fase lunare.

O nella bellissima Inclinazione di Palazzo Buonarroti di Firenze, del 1615-1616, destinata a Michelangelo Buonarroti il Giovane, in cui una giovane donna si libra tra le nuvole tenendo tra le mani una bussola, che la guida verso la stella polare. Uno strumento che secondo la critica recente sarebbe stato scelto dallo stesso scienziato.

I rapporti tra Artemisia e Galileo, entrambi membri dell'Accademia del Disegno di Firenze, dureranno lungo tutta la vita della pittrice, che nel 1635 gli scriverà per chiedergli notizie dei suoi quadri, inviati al granduca.

Galilei patrocinerà anche il padre Orazio come dimostra una lettera inviata allo scienziato dal romano Niccolò Tassi il 17 gennaio 1615 in cui si parla di una Cleopatra dipinta dal pittore per il granduca.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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