Il Tirreno

Pisa

«Quel giorno Silvio mi salutò due volte»

di GIAN UGO BERTI
«Quel giorno Silvio mi salutò due volte»

I ricordi della vedova del maresciallo Pieretti: il marito era sull’aereo militare che si schiantò contro il monte il 3 marzo 1977

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di GIAN UGO BERTI

Tr. oppe cose non erano andate per il verso giusto, quel giorno. Dopo 37 anni, Rosanna Chelotti, moglie di Silvio Pieretti, massese, maresciallo della 46esima Brigata Aerea di Pisa scomparso nella tragedia del Monte Serra il 3 marzo 1977, le ricorda una ad una, quasi fossero state una premonizione. «Prima di uscire di casa, mio marito rientrava in camera e mi posava sul comodino la tazzina di caffè salutandomi con un bacio sulla guancia. Immancabilmente io rispondevo: “Torna presto“. Anche quel 3 marzo fece lo stesso, ma con qualcosa in più. Entrò frettolosamente, depose la tazzina del caffè sul comodino, mi baciò sulla guancia, poi girò intorno al letto, mise il ginocchio sul materasso e mi baciò nuovamente sull’altra guancia. Io dissi: “Stamani mi saluti due volte? Torna presto”. Mi rispose: “Porta fuori il cane, ho fatto tardi”. Poi si affacciò alla camera di nostra figlia Silvia: “Alzati che è l’ora, ti lascio la luce accesa nell’ingresso”. La sera precedente Silvia gli aveva detto: “Papà, domattina chiamami, devo ripassare la lezione”. Poi udii il lieve scatto della porta d’ingresso che si chiudeva. Quel tic fu l’ultimo segno della sua presenza fisica».

Se gli avessi telefonato... «Proprio quel mattino - prosegue Rosanna - Pippo, il cane, fece uno scatto improvviso gettandomi a terra. Nell’alzarmi, avvertii un dolore a una caviglia e mi reggevo male in piedi. Zoppicando rincasai e pensai di telefonare a mio marito per farlo tornare, poi abbandonai l’idea. Forse lo avrei salvato da quell’orrenda fine. Nel pomeriggio Silvia si impegnò nello studio perché l’indomani doveva sostenere una prova scritta. Silvia mi chiamava di continuo chiedendomi l’ora: “Mamma, che ore sono? Sono le tre”. E ancora: “Mamma, mi è venuto un gran mal di testa, non riesco a concentrarmi”. La cosa si ripeté ancora, alla fine le dissi: “Ma vivi di minuti? Sono le ore 15,05”. Poi avvertii una grande stanchezza tanto che mi sedetti vicino a lei e deposi le braccia sul tavolo, erano divenute pesanti. Di nuovo mi chiese: “Che ore sono? Mi fa tanto male le testa. Sono le 15,07”».

La tragica notizia. «Più tardi - racconta ancora la vedova - suonò il citofono, erano colleghi di mio marito. Pur essendo seri in volto non facevano trapelare alcuna preoccupazione, dissero che il Vega 10 aveva avuto un’avaria, c’era stato un atterraggio sul Serra e il comandante della Brigata aerea voleva tutti i familiari vicino. Quel giorno Silvio non doveva volare, ma non era ancora arrivato, cos’era accaduto? Mi sorse un dubbio, quando mi chiesero di chiamare i miei suoceri. Il viaggio verso Pisa mi parve interminabile. A San Rossore ebbi un presentimento: “Silvio non sarà mica morto?”. Seguirono dei secondi di gelido silenzio, mia suocera emise un gemito e il collega che guidava mi rispose: “Non si può dire. Ci sono dei dispersi”. Quando arrivammo a San Giusto ci condussero al Circolo Ufficiali. Alle nostre domande rispondevano con silenziosi gesti di pazienza. In questo stato d’ansiosa attesa il comandante mi disse: “Signora, si faccia forza”. Io risposi: “È morto?” E lui annuì. In quell’istante mi giunse l’urlo di mia suocera, qualcuno l’aveva informata. Quella notizia mi ammutolì, non riuscivo a piangere. Alzai lo sguardo e solo allora vidi mia figlia sedicenne aggirarsi confusa per il salone».

I funerali. «Ci fu chiesto - ricorda Rosanna Chelotti - se volevamo rimanere a Pisa, declinai l’invito, desideravo solamente l’abbraccio delle mura domestiche. Nei giorni seguenti «ci furono i riti religiosi nel tempio di Kindu, un sacerdote ci invitò al allontanarci dalla bara per far posto alle autorità, a persone che della morte di quei giovani e del dolore delle famiglie non importava nulla. I funerali si svolsero all’Accademia Navale di Livorno. Nel caos vennero lasciati fuori molti parenti tra i quali i miei genitori. Venne celebrata la Santa Messa dall’ordinario militare che pronunciò un’omelia soltanto in suffragio dei cadetti dell’Accademia, nessuna espressione di cordoglio fu proferita per gli aviatori. Infine il presidente della Repubblica, Giovanni Leone, passò velocemente in rivista solo i familiari che si trovavano in prima fila, sfiorando la loro mano con due dita, in religioso silenzio. Così si concluse il conforto dello Stato e della Chiesa militare. La sera mi venne consegnata la bara sopra un camioncino. Durante il viaggio, nessuno era in grado di confortare l’altro, ci sentivamo annientati dal dolore e spossati per la stanchezza; non riuscivo a pensare. A casa vidi ad attendermi il mio parroco. Iniziò una processione di massesi fino a tarda notte e l’indomani».

Il cane sotto il drappo. «La zia - prosegue il racconto - aveva rinchiuso in terrazza il cane perché aveva cominciato ad abbaiare ed a saltare intorno alla bara, ma non si rassegnava e batteva le zampe contro i vetri; capii che aveva intuito e lo feci entrare, subito si zittì e scomparve sotto il drappo che copriva il tavolo con il feretro. Il mattino seguente, ci eravamo dimenticate del cane. Verso le 15, ci avvicinammo alla bara per l’estremo saluto. Udimmo un flebile lamento, alzammo un lembo e vedemmo che il cane stava male. Silvia lo prese in braccio, lo accarezzò, gli dette da bere e Pippo si rianimò».

L’affetto dei massesi. «Innumerevoli cittadini di ogni età e ceto sociale - sono ancora parole della vedova - parteciparono al funerale per onorare il sacrificio di un giovane padre di famiglia caduto sul lavoro. Parteciparono i sindaci o i loro rappresentati dai Comuni limitrofi e da quelli dove era avvenuta la tragedia, ma quando videro che mancava il sindaco di Massa, si tolsero la sciarpa Tricolore e aderirono in forma privata. Alla funzione erano presenti le forze dell’ordine, numerosi colleghi di mio marito e il cappellano che concelebrò in Duomo e pronunciò un’omelia di speranza, di conforto e di fede. Al termine, la bara avvolta dal Tricolore, su cui spiccavano il berretto e la spada, venne deposta sul carro funebre davanti al sagrato, la gente voleva accompagnare il feretro a piedi fino al cimitero, ma fu permesso solo per un tratto. La giornata volgeva al tramonto quando, la bara, fra due ali di folla, venne deposta nella chiesina del camposanto. Due giorni dopo venne tumulata provvisoriamente nella cappella di famiglia del dottor Santi, per sua generosa concessione, dove rimase sette anni in attesa che il Comune si decidesse a concedermi, a pagamento, un pezzetto di terra per la tumulazione definitiva. Il sindaco venne con la giunta due settimane più tardi. Disse che il giorno del funerale non avevano potuto essere presenti perché impegnati a commemorare i fratelli cileni. Risposi che era giusto ricordare il sacrificio anche di coloro che vivono in lidi lontani, ma Silvio era un cittadino massese onesto, caduto non solo sul lavoro, ma anche al servizio della Patria Italia».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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