Il Tirreno

Pisa

I due San Francesco opera d’Aurelio Lomi finiti in tribunale

di Maurizia Tazartes
I due San Francesco opera d’Aurelio Lomi finiti in tribunale

Esposti al San Matteo, furono commissionati da un avvocato che però ne rimase deluso e fece causa all’artista

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PISA. Due grandi dipinti rettangolari di 170 x 360 centimetri l'uno, usciti dai depositi di San Matteo, saranno esposti tutto il mese di marzo nella Sala delle Colonne del Museo, con altri dipinti, in una mostra temporanea. Rappresentano “San Francesco risana un fanciullo” e “San Francesco risana una donna cieca”, opere entrambe di Aurelio Lomi Gentileschi, uno dei maggiori e prolifici pittori pisani del primo Seicento. Sconosciuti al grande pubblico, suggestivi ed eloquenti nel loro racconto sacro, hanno una curiosa storia alle spalle riemersa dai documenti.

La committenza di Borghi. Ad ordinare i dipinti al celebre artista era stato Cesare Borghi, avvocato pisano, per la sua cappella dedicata a san Francesco nella chiesa di San Frediano. L'idea iniziale del committente era di affidare la pittura di queste due tele al pittore senese Ventura Salimbeni, allora in voga, che aveva già dipinto la cappella di fronte alla sua in San Frediano per gli eredi di Cosimo de' Medici.

Artista bravo, ma litigioso. Ma a far cambiare idea all'avvocato è Aurelio Lomi, molto bravo, ma anche prepotente e litigioso. Tornato a Pisa nel 1604-1605 dopo una brillante carriera in città come primo pittore dell'Opera del Duomo e poi a Genova dove lascia decine di straordinari dipinti, è accolto bene. Non riesce a partecipare ai lavori ordinati dai Medici per la decorazione pittorica del soffitto della chiesa dei Cavalieri, ma ce la fa a mandare una bella Adorazione dei Magi in San Frediano e a riprendere l'attività in Duomo dopo il rovinoso incendio del 1595. Nel giro di pochi anni è di nuovo protagonista nella primaziale.

Intrighi di potere. Ma i tempi cambiano e verso la fine del primo decennio del Seicento il Lomi è coinvolto in intrighi di potere all'interno dell'Opera, le commissioni gli vengono revocate ed inizia per lui un periodo meno fortunato. Così decide di soffiare la commissione dei due miracoli di San Francesco al collega Salimbeni. Attraverso le pressioni dell'amico Vincenzo Cappelletti, riesce ad accaparrarsi il lavoro dichiarando al Borghi di farlo per un prezzo minore che lui stesso stabilirà.

“A pigliare i Lumi”. E a quel lavoro si dedica con foga. Va nella cappella a studiare la luce e a prendere le misure dei quadri ("a pigliare i Lumi et la misura de quadri, et fece Dua disegni in Dua mezi fogli nei quali erano 7 overo 8 fighure per ciascuno…"). Fa i disegni in due mezzi fogli con sette o otto figure per ciascun quadro, li fa approvare dai Padri della chiesa e si impegna a finire i due dipinti entro il 4 ottobre 1612, giorno della festa di san Francesco. Uno dei disegni è conservato al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, firmato "aurelio Lommi".

La consegna ritarda. Purtroppo la data di consegna salta e il Lomi spedisce i dipinti due anni dopo, il 6 ottobre 1614, da Firenze dove ormai abita, alla fine vittoriosa della causa intentagli da Cesare Borghi. Perché il Borghi gliela fa? Sembrerebbe strano visto che Aurelio era anche un cliente ("clientulo") dell’avvocato, che lo aveva difeso in parecchi contenziosi contro amici, parenti e contadini delle sue terre.

La disputa sul prezzo. Il motivo era che il Borghi non voleva pagare perché non era stato stabilito con chiarezza il prezzo e poi perché era in credito con il pittore per i molti uffici resigli nelle cause. Il processo, i cui atti sono conservati nell'Archivio di Stato di Firenze e pubblicati nella monografia sul pittore di Ciardi, Galassi, Carofano (Pisa 1989), è lungo e complesso, con testimonianze precise e minuziose. I dipinti vengono fatti stimare da due esperti delle rispettive parti, che li valutano 250 scudi complessivi. Ottima cifra. Solo allora il Lomi, pagato, invierà a Pisa le tele che rimarranno nella chiesa per tutto il Seicento sino agli anni venti del Settecento. Poi saranno trasferite nel palazzo di Camillo Ranieri Borghi, dove si trovavano ancora alla fine del XVIII secolo.

La delusione del committente. Ma forse il vero motivo della lite stava nella delusione del committente di fronte all'aspetto inaspettato dei due dipinti, più sobri e spogli rispetto ai disegni. Aurelio li dipinge infatti con uno stile diverso, già adottato nella chiesa pisana di San Silvestro, realistico, moderno, neoquattrocentesco. Le tele sembrano due predelle rinascimentali ingrandite, di Masaccio o Filippino Lippi: gruppi di figure ben calibrati, spazi essenziali, architetture lineari, panneggi verticali e simmetrici, gesti solenni. E particolari veristici, come le mani disarticolate di un personaggio nell'episodio con San Francesco risana una donna cieca, in linea con le esigenze della pittura di controriforma. Certo sarà seccato molto a Borghi pagare due dipinti che non gli piacevano.

La vita dell’artista. Aurelio Lomi Gentileschi, nato a Pisa il 29 febbraio 1556 e battezzato in San Martino, apparteneva a una famiglia fiorentina trasferita in città intorno al 1550. Uno degli otto figli tra maschi e femmine dell'orafo Giovan Battista e fratello di un altro celebre pittore, il più giovane Orazio, Aurelio si forma nella bottega pisana del fratello Baccio mantenendo stretti contatti con Firenze.

Tra Roma e Pisa. Dopo un periodo di pendolarismo tra Roma e Pisa dal 1576 al 1588 intraprende una grande carriera nella città natale, allora sotto i Medici, diventando il primo pittore dell'Opera del Duomo, nei cui edifici ha casa. Fitte ed eccezionali le commissioni, grandi tele sacre per la primaziale, chiese della città e del territorio, eseguite con un linguaggio tardo manieristico su modello di Bronzino e Vasari, aggiornato sul neo - raffaellismo romano. Dipinti valutati centinaia di scudi dai maggiori periti del tempo, che possiamo ammirare in loco ancora oggi.

Il lavoro a Genova. Nel 1597 il trasferimento a Genova, dove presto si impone come uno dei maestri più brillanti e prestigiosi. Abita nei palazzi signorili di Origo Salvago e Gerolamo Spinola, lavora freneticamente per chiese, conventi, committenti privati. Nel 1604 decide di tornare a Pisa, prepara il suo rientro inviando opere. Nel 1605 è in città e nel giugno 1606 è già pagato per dipinti eseguiti per il Duomo. Anche in questo secondo round pisano è uno dei maggiori pittori dell'Opera con continue commissioni per Pisa, Toscana e altre regioni. Nonostante la fortuna gli arrida meno verso la fine del primo decennio del secolo, non gli mancano le commissioni. E neppure liti e cause.

Il trasferimento a Firenze. Verso il 1612-1613 si trasferisce a Firenze, di cui è sempre rimasto "cittadino", oltre che console dell'Accademia del Disegno dal 1613 al 1618. Nel 1619 ottiene la cittadinanza pisana per i suoi meriti artistici. Muore a Pisa il 17 settembre 1622 senza aver fatto testamento.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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