Il Tirreno

Pisa

Giurisprudenza smembrata e senza sede

di Gianluca Campanella
Giurisprudenza smembrata e senza sede

Prof e studenti costretti a girare per la città dopo la chiusura dello storico immobile

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PISA. «Durante la Seconda guerra mondiale ci si pose il problema: si possono rischiare vite umane per salvare un monumento o un’opera d’arte? In piccolo è quello che sta succedendo tra Biblioteca Universitaria e Giurisprudenza, con la differenza che qui hanno già deciso: quest’ultima deve morire, cioè noi dobbiamo morire!». L’altra faccia della luna o, meglio, del “pianeta” Sapienza è un’amarissima rassegnazione. Abbiamo girato per il dipartimento di Giurisprudenza, dislocato in numerose sedi dopo la chiusura del palazzo di piazza Dante per problemi di staticità, e abbiamo scoperto tre cose: i giuristi si sentono sotto l’attacco della «lobby della Bup, Biblioteca Universitaria, che ci vorrebbe cacciare»; al contrario dei presunti avversari, non tendono a sfrattare i libri, ma puntano a una convivenza; hanno una dannatissima paura a esporsi e nessuno (nessuno) ha voluto rivelare nome e cognome.

La lobby. Li chiamano «quelli della Bup» o «quelli della lobby» e si riferiscono alle varie associazioni e movimenti d’opinione e di intellettuali, in primis l’associazione AmiciBup guidata dalla professoressa Chiara Frugoni: «Sin dal primo giorno di chiusura della Sapienza hanno cominciato a farsi sentire. Noi, se abbiamo cominciato, lo abbiamo fatto troppo tardi, troppo mosciamente e non in modo organizzato». Sono parole di una bibliotecaria; le chiediamo perché la vede così. E la risposta è ambigua: «Noi siamo Università di Pisa, loro sono Mibact, il ministero dei Beni culturali». Come dire: per quanto l’Ateneo sia una potenza, con la storia dell’autonomia non ha un dicastero a Roma che lo sostiene. E così, Giurisprudenza si adatta: «Non siamo una biblioteca pubblica, abbiamo un’utenza istituzionale. Certo, se viene un “esterno” lo facciamo entrare», ma il pubblico fa più impressione sulle scelte politiche, a maggior ragione «se ha dietro una lobby». Le prove? «I libri della Bup, “ospitata” in Sapienza dal 1823, sono ancora lì. I nostri li abbiamo spostati in una settimana. Ora si ricordi che i loro sono almeno cinque volte di più e il problema della Sapienza è il peso dei libri».

I traslochi. Con la chiusura del palazzo che ancora reca la scritta “Facoltà di Giurisprudenza”, infatti è cominciato il gioco dell’oca: Diritto Internazionale è andato in via Volta, la biblioteca di via Volta si è spostata a palazzo Ricci, Economia si è presa un pezzettino di diritto e così via. «Con tanta buona volontà, cerchiamo di adattarci», continua la bibliotecaria. Cui va il tributo di tanti studenti: tutti gli interpellati ringraziano «il personale molto disponibile e gentile». Poi parte qualche confronto: cinque bibliotecari per giurisprudenza, quattro a scienze politiche più direttore e vice in comune; undici persone per cinque sedi. E «di là sono più di trenta», sottinteso l’organico della Bup. Ancora: «Loro si lamentano che girano coi trolley per prendere libri? Noi abbiamo il carrello della spesa e il servizio navetta con il deposito di Montacchiello», dopo Ospedaletto. Andiamo avanti? «Lì c’erano meno utenti che da noi e tutti con libri propri; da noi vengono le persone per il nostro patrimonio, non per trovare una sala studio». A proposito di patrimonio: «Se ne accorgono ora che la Bup è chiusa, quanto valgono i loro libri! Prima la loro “mission” era organizzare convegni».

I disagi. Acredine a parte, «ma è legittima difesa», chiediamo al popolo dei giuristi come vivono adesso. Una studentessa sta preparando «la tesi sull’equiparazione dei figli naturali con quelli nati nel matrimonio: mi dovrei lamentare del fatto che non c’è internet in biblioteca; ma prima constato che non ci sono neanche le sedie e dobbiamo leggere in piedi. Che non c’è il riscaldamento. E che molti libri non sono accessibili perché “inscatolati”». Si aggiunge un altro tesista di penale: «Guardi, io ho bisogno di tre fotocopie di questo codice e qui non c’è la fotocopiatrice. Ormai per le riviste vado al Sant’Anna; lì non abbiamo diritto al prestito, ma la consultazione è libera e sono sicuro di trovare tutto». Sembra quasi una critica alla gestione accademica, sia centrale che dipartimentale; ma non è così: «I disagi non sono colpa del rettore Massimo Augello, né del dipartimento di Giurisprudenza. L’Università ci sta sostenendo, ma combatte da sola».

Le rivendicazioni. E ci risiamo: dagli alla presunta lobby. «Ma noi non vogliamo cacciare la Bup – sgrana gli occhi una ragazza che, come gli altri, si rifiuta di declinare le generalità – perché da sempre conviviamo con loro. È paradossale che sin dal primo giorno tutti accusano Giurisprudenza di volersi liberare dei libri della Bup, ma sono gli “ospiti” della Sapienza gli unici ad aver chiesto agli altri di andarsene». Quindi? «Possiamo tornare a stare insieme». Le chiediamo perché non si ribella: «Non conto nulla, dovrebbero farlo i professori». Anche un ricercatore gioca allo scaricabarile: «Chiedete agli studenti e ai professori». E finalmente troviamo un docente seduto su una panchina, con i baffi ben curati: «Mi stupisco che gli altri colleghi non si lamentino». Professore, almeno lei rinuncia all’anonimato? «Poi la lobby se la prende con me».

L’interpretazione. Gli uomini passano, i libri restano. Potrebbe essere questa la lettura che spiega la rassegnazione, inaspettata, che abbiamo riscontrato ovunque. Di fronte al monumento della cultura, noi piccoli mortali siamo solo pedine che è giusto sacrificare. La chiave storico-psicologica è fornita da un’altra professoressa, colei che ha osato il paragone con il conflitto mondiale. Lei non ci sta: «Non dico “testi al rogo” come i nazisti. Ma qui non possiamo presentarla “quattro libri contro due baroni”; altrimenti non c’è partita e vincono loro». Aggiungiamo un altro ingrediente, le parole di una bibliotecaria: «I codici sono per i giuristi come i vetrini per i biologi e i lacci emostatici per i medici. Sono strumenti di lavoro». Insomma, a vederla dall’esterno sembrano sinceri: troppe persone dicono la stessa cosa per essersi messe d’accordo. C’è uno sbigottimento genuino per quella che viene vissuta come «un’offensiva contro di noi», un senso di impotenza: «Ma perché i giornali da 21 mesi parlano solo di Bup? Non interessa quanti sacrifici facciamo noi?».

L’angolo della buona azione. Proviamo a farci raccontare questi «sacrifici»: da quando molti libri sono in deposito, si lavora tantissimo con le banche dati che sono state «razionalizzate». L’affluenza a questo servizio è altissima ed è stato potenziato anche il portale con tutta la modulistica per le richieste di prestito, servizio prelievo da Montacchiello e simili. Alcuni docenti non vanno più all’estero per convegni: «Diamo i fondi di ricerca alle biblioteche per comprare libri». Sembra una pagina del libro Cuore, ma le espressioni «grandi difficoltà», «grossi problemi» e «situazione difficile» sono state pronunciate da studiosi reali, non da personaggi di un romanzo: «Noi ci siamo rimboccati le maniche e cerchiamo di superare questa tragedia; altrove non hanno mosso un dito, ma sono bravi a piantare bandierine». La sensazione (e lo si dice senza malizia) è che perderanno tutti: la perizia dopo un anno e mezzo (un anno e mezzo) dice che si devono fare i lavori per consolidare il palazzo. Ora chissà quanto tempo ci vorrà per capire da dove usciranno i soldi. «“Divide et impera” e “cui prodest” dicevano i latini» conclude un prof. Dividi e così dominerai; e guarda a chi conviene.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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