Il Tirreno

Pisa

Quando il Papa sul Ponte di Mezzo riabilitò Galileo

di Marco Barabotti
Quando il Papa sul Ponte di Mezzo riabilitò Galileo

Nel 1989 durante la visita in città Wojtyla definì «improvvidi quanti osteggiarono l'iniziale attività del ricercatore»

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di Marco Barabotti

PISA

Galileo è tornato a essere nuovamente "figlio legittimo" della Chiesa cattolica il 31 ottobre del 1992, dopo ben 359 anni, 4 mesi e 9 giorni dalla condanna "al silenzio" inflitta allo scienziato pisano il 22 giugno 1633 dal Sant'Uffizio. Una condanna decisa nel vano tentativo di tappare la bocca al fondatore dell'astronomia e della fisica moderne, accusato di aver sposato quelle tesi copernicane che, in contrapposizione alle autorità ecclesiastiche di allora, sostenevano che è la Terra, insieme agli altri pianeti, a girare intorno al sole, e non viceversa.

La visita del Papa. Ma il passo decisivo della riabilitazione di Galileo avvenne tre anni prima, durante la visita di Papa Giovanni Paolo II a Pisa, il 22 settembre 1989. Un pronunciamento inatteso del pontefice, fatto sul Ponte di Mezzo, nella città dove il fondatore della scienza moderna era nato il 15 febbraio 1564, esattamente 450 anni fa opggi. Pronunciamento tanto inatteso che prese alla sprovvista anche molti organi d’informazione. Nel senso che la maggior parte dei quotidiani e delle televisioni nazionali non mandarono neppure gli inviati, appoggiandosi per i servizi ai corrispondenti o collaboratori locali. Quel giorno per me fu una giornata campale. Seguii il Papa nei suoi spostamenti e scrissi due articoli per il “Tirreno” e uno per “Repubblica”.

Il discorso. Ero con gli altri colleghi sotto il Comune, in piazza XX Settembre, quando il Papa pronunciò il famoso discorso sul Ponte di Mezzo dopo averlo percorso accompagnato dalle autorità con l’allora sindaco Giacomino Granchi con la fascia tricolore a fare gli onori di casa. Pisa era allora la prima tappa del viaggio in Toscana del Papa, là dove lo scienziato nacque e operò. Giovanni Paolo II definì «improvvidi quanti osteggiarono l'iniziale attività del ricercatore». Il pontefice era commosso nel pronunciare quel discorso, ma allo stesso tempo lo scandì con sicurezza e forza. Soprattutto quel passo: «Come non ricordare almeno il nome di quel grande che qui ebbe i natali e da qui mosse i primi passi verso una fama imperitura? Galileo Galilei, dico, la cui opera scientifica, improvvidamente osteggiata agli inizi, è ora da tutti riconosciuta come una tappa essenziale nella metodologia della ricerca e, in generale, nel cammino verso la conoscenza del mondo della natura». Wojtyla da sempre aveva incoraggiato la riabilitazione galileiana.

La commissione per Galileo. Uno dei primi significativi gesti compiuti nei primi anni del suo pontificato fu proprio quello di istituire una commissione vaticana incaricata di studiare il caso alla luce della condanna pronunziata dall'Inquisizione romana nel 1633. L’organismo fu creato nell'ottobre 1980. Ma già il 10 novembre 1979, a poco meno di un anno dall'elezione al soglio pontificio, Wojtyla si era rivolto alla comunità scientifica internazionale, invitandola ad approfondire la questione galileiana durante la commemorazione di Einstein tenuta alla Pontificia accademia della scienze. Quello del 22 settembre 1989 fu il primo pronunciamento pubblico del Papa sull’iter di riabilitazione di Galileo.

L’elogio di Pisa. Ricordo la commozione che provò, passandosi la mano sul volto, quando disse: «Provo una viva emozione nel porre piede in questa illustre città. Pisa, uno dei grandi centri della cultura, dell'arte e della fede, è cara al cuore di quanti amano il bello, frutto della genialità creativa dell'uomo. Qui l'arte ha raggiunto altissimi vertici nella vasta gamma delle sue espressioni. Tutto il centro storico di qua e di là d'Arno e questi stessi lungarni celebrati dai poeti sono giustamente considerati alta espressione d'arte e insigni monumenti. Piazza dei Miracoli è già da sola una delle manifestazioni più nobili dello spirito umano. Come non pensare, contemplando un simile trionfo della creatività artistica, che all’origine c'è, e chiarissima, la forza dell'ispirazione religiosa?».

La visita in Sapienza. Giovanni Paolo II fece ancora di più nella sua visita all’Università di Pisa, recandosi la dove lo scienziato aveva studiato e insegnato. Due giorni dopo il celebre discorso sul ponte di Mezzo, era la mattina di domenica 24 settembre 1989, si recò in Sapienza, ricevuto dall’allora rettore Bruno Guerrini e dal corpo accademico. Rivolgendosi ai docenti, ai collaboratori tecnico-amministrativi e agli studenti, nonché ai direttori delle altre due università cittadine che fanno di Pisa un centro internazionale di alta cultura, disse «... ritengo molto significativo per il mio ministero pastorale trascorrere con voi una buona parte di questa mattinata». Il Pontefice veniva non solo nell’università in cui aveva insegnato Galileo, ma veniva anche in un’Università che era stata, a cavallo tra XIX e XX secolo il luogo di forti contrapposizioni culturali tra «laici» e «clericali».

L’analisi di Tangheroni. «Giovanni Paolo II - mi disse allora Marco Tangheroni, pisano, docente di storia medievale, scomparso nel 2004 (da fervente cattolico volle dare anche una sua chiave di lettura della visita dei Papa, ndr) –, sin dal suo arrivo, la sera del giovedì, aveva riconosciuto la grandezza dello scienziato pisano e si era posto immediatamente al di sopra di ogni polemica, rivolgendo ai presenti un discorso di grande impegno e di vivo interesse per tutti, credenti e non credenti. Con grande rispetto per l’autonomia della scienza, ma anche con la consapevolezza che questa, avendo al suo centro l’uomo, non può da sola, senza confrontarsi con domande di altro tipo, pretendere di deciderne i destini. Il rapporto tra scienza e fede, con le questioni che esso comporta, è problema remoto nella nostra civiltà; ma il Papa, nell’indicare le auspicabili linee di un sempre possibile, e anzi necessario approfondimento, si è mosso con la dichiarata intenzione di tenere presenti gli interrogativi posti dalla nostra epoca: un’epoca che, proprio per lo straordinario sviluppo della scienza, per il suo potere, per la sua influenza, ne sottolinea le enormi responsabilità. Queste responsabilità ripropongono, secondo il Pontefice, in modo imperativo “il senso della vita e del nostro essere nel mondo”; pongono, in modo ineludibile, “l’istanza etica”. Donde, per naturale svolgimento del discorso, il richiamo, agostiniano, alla verità che abita “in interiore homine”».

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