Il Tirreno

Pisa

I cinquecento beffati dal prestito sociale

di Gianluca Campanella
I cinquecento beffati dal prestito sociale

Esclusa la possibilità di restituire con lavori utili i tremila euro previsti dalla Regione per finanziare attività di formazione

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PISA. Prima illuse e poi abbandonate. Si sono sentite così circa 500 persone dell’area pisana che hanno chiesto di accedere al bando del “prestito sociale” varato dalla Regione lo scorso settembre: il progetto era rivolto a chi vive situazioni di particolare difficoltà socio-economica, prevedeva un prestito di massimo 3mila euro ed era scritto in modo esplicito che «la restituzione del denaro potrà avvenire anche attraverso lo svolgimento di attività socialmente utili».

In questi giorni si stanno svolgendo i colloqui nelle associazioni che hanno aderito; ma ovunque i candidati si sentono rispondere: il prestito va restituito in contanti, rateizzabili fino a 36 mesi.

Caritas diocesana di Pisa, Pubblica assistenza di Pisa e del Litorale pisano, Arci, Acli, Misericordie (Pisa, Navacchio, Cascina, Calci, Latignano e Vicopisano) e la Società della salute della zona pisana hanno avuto input precisi da Firenze. Li riassume in una frase don Emanuele Morelli, direttore della Caritas pisana: «Dalla Regione ci è arrivata l'indicazione di limitare fortemente il ricorso a quella modalità». Ed è scoppiata la rivolta silenziosa: «Se questo è l’aiuto che danno ai disagiati, noi staremo sempre peggio», racconta una delle donne che voleva accedere al prestito sociale. Si tratta di una ragazza madre che rientra in uno dei quattro profili per cui l’operazione era stata pensata: famiglie numerose, nuclei monoparentali con figli minori a carico, presenza in famiglia di situazioni di disabilità grave e famiglie con componenti over 50 che hanno perso il lavoro. «Il 90% delle domande arrivate si rispecchia in uno di quei casi – illustra don Morelli – e ora non possiamo più avvalerci di questa possibilità. Ma noi preti non lasciamo nessuno per strada». Era stato proprio lui, a novembre e con la “benedizione” dell’arcivescovo Giovanni Paolo Benotto, a presentare in conferenza stampa il lancio dell’iniziativa: per l’area pisana erano stati stanziati 150mila euro e già allora c’erano 250 contatti.

Ecco perché ora accetta di parlare. Ma sono un po’ tutti i presidenti delle altre associazioni a lamentarsi di quest’improvvisa giravolta di Firenze. E in “camera caritatis” più d’uno confessa che se quest’anno la Regione ripropone il bando, la propria associazione non si presterà una seconda volta senza precise garanzie. La (magra) consolazione è che i colloqui sono serviti ad avere una sorta di censimento dei disagi, che ha permesso di intervenire con fondi propri nelle situazioni più drammatiche. Certo, qualcuno ne ha anche approfittato: una coppia di pensionati che percepisce più di 2mila euro al mese, ha chiesto il prestito per pagare una parte del mutuo da 80mila euro ai figli; scartata, ovviamente. O una straniera lo voleva per pagare gli interessi a un usuraio: scartata a malincuore, per non alimentare un mercato criminale. Insomma, tra i 500 delusi c’era anche chi aveva scambiato la Regione per un bancomat. Ma, tolti i casi limite, c’erano anche progetti validi: una donna indigente e disoccupata aveva chiesto 1.600 euro per un corso di qualificazione che chiedeva un datore di lavoro; superato quello, sarebbe stata assunta. Non voleva ripagare con il volontariato, ma chiedeva solo di avere questa possibilità come “giubbotto di sicurezza”, qualora non ce l’avesse fatta da sola. Bocciata: niente corso, niente lavoro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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