Sicurezza
Quella volta nel ’66 la scampammo grazie al tritolo
Il Genio dell’Esercito fece saltare l’argine del fiume a monte per deviare la grande piena e salvare la città
PISA. La scampammo bella quel 4 novembre 1966. Mentre Firenze lottava con il fango e con l'Arno, mentre l'Era inondava Pontedera e la sua fabbrica-cuore, la Piaggio, qui a Pisa speravamo che l'onda non arrivasse e non arrivò perché il Genio dell'Esercito fece saltare con il tritolo l'argine del fiume a monte della città e l'acqua deviò la sua corsa maledetta. Ieri sono sceso sui lungarni, come 48 anni fa, ma l'aria che si respirava dalle centinaia e centinaia di persone (soprattutto quelle ammassate sul ponte di Mezzo) non era certo quella del 1966. Quelli di ieri erano curiosi, quelli di 48 anni fa erano spettatori impauriti e preoccupati.
Firenze era devastata e contava i suoi morti, la provincia di Pisa, colpita dall'onda di piena, si faceva consapevole che la sua economia avrebbe potuto crollare. Pisa non ebbe gli "angeli del fango", ma gli stessi suoi cittadini fino a nove giorni di distanza per un'onda di piena di ritorno: si tirarono su le maniche e cominciarono a spalar via acqua e terra. Ero un ragazzo, quella domenica (13 novembre 1966) fui svegliato prima delle 8 (collaboravo già al "Telegrafo" che poi sarebbe diventato "Il Tirreno") dal collega Roberto Galli che dall'altro filo del telefono mi disse: "Vieni sui lungarni, è crollato il ponte Solferino". Accorsi in meno di 5' e non feci in tempo a vedere i monconi del ponte sbriciolarsi nelle acque limacciose che da nove giorni si accanivano contro le sponde del fiume.
Ieri sono andato là dove, il 4 novembre 1966, verso le ore 18, le acque dell'Arno cominciarono a tracimare dalle "cateratte" e dai sacchetti di sabbia messi dal Genio Civile per rinforzare le spallette sul lungarno Pacinotti. La situazione era tranquilla anche nel momento di massima piena, intorno alle 11. Ho invece davanti ai mei occhi la scena di quasi 48 anni prima, della furia delle acque dell'Arno che spazzarono via la terrazza sul fiume: qui l'antico Caffè dell'Ussero aveva allestito uno spazio con tavolini e servizio bar che fu inghiottito in pochi secondi.
Oggi, a quasi cinquant'anni, la città ha molti strumenti in più contro le piene: una precisione cronometrica delle precipitazioni ma soprattutto un piano operativo di protezione civile. Gli allarmi sono "scientifici" e proteggono meglio l'incolumità pubblica. Le misure decise ieri dalla protezione civile sono state giuste e sollecite. Ma l'aria che si respirava sui lungarni, per fortuna, non era quella di mezzo secolo fa. Ieri si aveva più l'impressione di una grande esercitazione della protezione civile, pur in presenza di un allarme vero. Fra tutte, due "cartoline" emblematiche: le balaustre del ponte di Mezzo travolte e divelte dalla furia dell'Arno in quel maledetto novembre 1966, invece ieri, a ridosso di quelle balaustre, centinaia di persone a guardare giù l'Arno per curiosità e non per paura. Tutto è bene quel che finisce bene.
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