Il Tirreno

Pisa

L’Arno, il “cattivo” superfotografato

di Giovanni Parlato
L’Arno, il “cattivo” superfotografato

Gonfio, irruento e minaccioso: il fiume nei panni di una star che tutti volevano immortalare in uno scatto

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PISA. I primi che andavano a lavorare in città, quando era ancora buio, vedevano in lontananza lampeggianti azzurri che ruotavano con una sinistra luce. Un incidente stradale, è stato il primo pensiero. Ma quando si sono avvicinati, nell'oscurità, si è materializzato un vigile urbano, un poliziotto, un carabiniere. Dipende da dove si entrava in città. «Stiamo aspettando la piena dell'Arno, abbiamo chiuso i ponti, resta aperto soltanto quello delle Bocchette», si è sentito rispondere il lavoratore seduto al volante e, mano a mano che la notte spariva, la luce del giorno si spargeva sulla città e sul suo fiume così placido e romantico nei tramonti estivi, ma ieri così minaccioso e irruento: l'acqua marrone e gonfia, veloce, rumorosa come se avesse una voce carica d'ansia e d'affanno, vicina agli occhi che sembrava di toccarla. E il fiume, gonfiato nella notte, ha mobilitato centinaia di uomini. La paura si è sparsa sulla città. Prefetto, sindaco, presidente della Provincia, forze dell’ordine, protezione civile in riunione, mentre i vigili urbani avvisavano la popolazione con l'altoparlante da Riglione al Cep, i militari scaricavano paratie e i vigili del fuoco passavano da piazza XX Settembre trasportando un gommone.

In molti casi, è stata una telefonata ad avvisare cosa stava accadendo. Tra amici, tra parenti: ma anche un tam tam via sms e occhi sui siti di smartphone e tablet. L'ordine partito dalla sala operativa era preciso: chiudere scuole e università, uffici e banche sui lungarni. E una marea di gente si è riversata in strada per andare a vedere da vicino "il cattivo", quello che fa paura, per una irresistibile attrazione verso tutto quello che può provocare un'emozione. E l'Arno ha fatto da attore principale dello spettacolo gonfiando il livello delle sue acque, sbattendo con violenza sui pilastri dei ponti, gorgogliando e correndo. Sembrava che stesse passando una star del rock, una star del calcio e invece era l'Arno superfotografato da studenti con i loro telefonini, da gente che s'improvvisava fotografo con una telecamera al collo, mentre c'era chi, col cellulare all'orecchio, faceva la cronaca di quello che vedeva. Ma prima di questo spettacolo dove poi ha prevalso la curiusosità alla preoccupazione, c'è stato il disorientamento. «Scuola chiusa. E i bambini dove li porto?» domandava la mamma al marito. «Niente lezione, si torna a casa» si messaggiavano gli studenti. «Facoltà chiusa, non so se ci saranno esami. Tu sai qualcosa?» scriveva Marco a un amico.

«Sono arrivata in negozio e ho telefonato subito a babbo per chiedergli cosa dovevo fare. Lui, la piena del 66 l'ha vissuta e in negozio c'era un sacco d'acqua», dice Cristina Lavarini, titolare del negozio di borse in Borgo Stretto che il padre Dionigi ha gestito per decenni. «E babbo m'ha detto di togliere tutta la merce in basso e metterla in alto».

Un altro che ha visto più piene dell'Arno è Cesare Rossi, 82 anni, dello storico negozio di scarpe in Borgo. Ma non vuole apparire, eppure i suoi ricordi sono così belli ed emozionanti che lasciarli sul taccuino sarebbe un peccato. Ricorda di quando l'Arno, dopo la guerra, ruppe l'argine davanti a piazza Carrara e l'acqua scivolò fino in piazza dei Miracoli dove i militari americani passavano vicino alla Torre con i gommoni a motore. O di quando ci fu l'alluvione nel 1966 e l'Arno entrò nel negozio di Lavarini e Zucchelli.

In Borgo, la situazione è quasi normale, solo qualche negozio è chiuso. «Noi stiamo lavorando come sempre, nessuno ci ha detto di chiudere», dice Massimo Cerri del Bar Centro in piazza Garibaldi. E all'edicola vicina, Leonardo Palla, consulta un sito sul pc per le ultime notizie.

Dall'altra parte dell'Arno, in Corso Italia, un po' in discesa, sono più i negozi chiusi che quelli aperti. Si aspetta che arrivi mezzogiorno e passi la piena. Lungo le spallette dell'Arno, un sacco di gente. Albino Campenni aveva 12 anni nel 1966. «Ricordo che fu una giornata movimentata» dice.

Michela e Francesca sono due studentesse di Medicina: «Siamo qui, soprattutto per curiosità» dicono con un sorriso, mentre scattano foto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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