Finanza
Piloteremo il computer con la forza della mente
Il progetto è in fase di avanzata realizzazione al laboratorio Percro del Sant’Anna Vi collaborano quattordici istituti di diversi Paesi europei e di Israele
PISA. Immaginate di essere seduti in poltrona e di avere la sensazione reale di giocare a calcio: non solo sentite davvero la pressione del pallone sul piede e il vento tra i capelli mentre credete di correre, ma (e qui siamo al sublime) con la sola forza del pensiero pilotate addirittura le vostre azioni controllando di fatto la partita, senza subire la scena in modo passivo. Se fosse un film si intitolerebbe “Il trasferimento di coscienza” e non sarebbe nemmeno troppo credibile; ma è proprio quello che un passo alla volta sta realizzando la Scuola Superiore Sant’Anna con il progetto Vere, acronimo che sta per “Virtual Embodiment and Robotic Re-Embodiment” e si traduce con l’ambiziosa formula: “Realizzazione virtuale e reincarnazione robotica”.
Il progetto ha una scadenza, l’anno 2020, in cui tutto questo – dettaglio più, dettaglio meno – potrebbe diventare concreto. Ed è già a buon punto. Per la Scuola d’eccellenza pisana sta lavorando il laboratorio Percro diretto da Massimo Bergamasco, insieme ai suoi collaboratori Antonio Frisoli e Franco Tecchia. Il progetto è frutto di una partnership tra 14 istituti di diversi paesi europei, più Israele; ed è finanziato dall’Unione europea.
Di Vere esiste anche una versione “fisica”: rimanendo all’esempio iniziale, è come se in un campo vero un robot giocasse a calcio comandato dal pensiero di un uomo seduto in poltrona. A questo punto sono doverose due precisazioni: il calcio è, appunto, un esempio; ma i trasferimenti di coscienza sono molteplici, uno per ogni situazione della vita di tutti i giorni.
Seconda considerazione; se volete dare un dolore immenso a uno scienziato puro, chiedetegli: «Bello, ma a che serve?». In questo caso il super team di ingegneri, informatici, neuroscienziati e filosofi non si è fermato all’aspetto teorico del progetto che contiene già un’abbondante dose di visionarietà; ma i cervelloni si sono dati il dolore in autonomia e hanno trovato un campo in cui Vere avrebbe una funzione sociale immediata e uno sviluppo futuro: la riabilitazione di pazienti non deambulanti. Infatti, fare i conti con gli ostacoli e i conflitti del mondo reale grazie a un robot teleguidato o (per i più temerari) persino indossabile, serve a recuperare indipendenza e sicurezza. Tanto per capirsi: un disabile motorio potrebbe prendere un bicchiere d’acqua senza chiedere aiuto a nessuno.
Ma Vere non si ferma qui: nelle premesse della ricerca c’è la convinzione che il confine tra reale e virtuale sia sempre più labile e quindi che un’esperienza “in poltrona” sia utilissima ad acquisire consapevolezza di sé e dei propri limiti. Ciò vale sia per chi è in riabilitazione sia per chi non è ha bisogno; ciò vale sia per gli utenti di Vere che per i suoi progettisti. Non è un caso che nel team ci siano anche filosofi, perché l’obiettivo è capire attraverso l’influenza degli ambienti virtuali come si formino emozioni e senso di responsabilità; comprendere attraverso la conoscenza dei meccanismi cerebrali come si generino le distinzioni etiche.
Vere è stato presentato ieri pomeriggio al “Fet and the city”, manifestazione sulle tecnologie emergenti future, giunta alla seconda edizione: la prima si è svolta l’anno scorso a Londra, mentre la due giorni attuale (finisce oggi) è ospitata proprio all’interno della Scuola Sant’Anna e sta attirando studiosi da tutta la comunità scientifica internazionale.
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