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Pisa

Sorelle scambiate per gemelle: «Così evitammo la camera a gas»

di Francesco Loi
Sorelle scambiate per gemelle: «Così evitammo la camera a gas»

Di fronte a centinaia di ragazzi delle scuole pisane Andra e Tatiana Bucci hanno raccontato la loro storia di deportate bambine nel campo di Birkenau tra orrori ed emozioni indelebili

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PISA. «Quando siamo tornate di recente a Birkenau pioveva. Per terra il fango era marrone. Invece quando vi eravamo rinchiuse da bambine il fango era grigio. Dalle ciminiere usciva cenere. E odore di carne bruciata». Parole di piombo. Solo silenzio nella Stazione Leopolda di Pisa, affollata da oltre 500 ragazzi delle scuole medie e superiori. Al tavolo le sorelle Tatiana e Andra Bucci, deportate a Birkenau, nel campo di sterminio, perché ebree. All’epoca bambine di 4 e 6 anni, scamparono alla camera a gas solo perché scambiate per gemelle e dunque giudicate interessanti per gli studi del dottor Mengele: un destino da cavie umane.

Non è la prima volta che raccontano la loro storia nell’ambito delle iniziative per la Giornata della Memoria, celebrata il 27 gennaio di ogni anno in commemorazione delle vittime dell’Olocausto e nella ricorrenza della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, avvenuta nel 1945 ad opera delle truppe sovietiche. Sensazioni, reazioni, paure però si rinnovano puntualmente. Anche per le sorelle Bucci non è stata una giornata qualunque: sono tornate per la prima volta a Pisa dopo aver ricevuto nello scorso ottobre la cittadinanza onoraria. «E’ emozionante - dicono aprendo l’incontro con gli studenti - parlare da concittadine».

Andra e Tatiana Bucci nascono nella città istriana di Fiume rispettivamente nel 1939 e nel 1937, figlie di Giovanni Bucci (fiumano cattolico) e di madre ebrea, Mira Perlow, la cui famiglia, originaria dell’Ucraina, era approdata come molti altri ebrei russi a Fiume ai primi del Novecento per mettersi in salvo dai pogrom zaristi. Fiume, infatti, sembrava allora piuttosto tollerante nei confronti degli ebrei «e inoltre, secondo la nonna, aveva uno sbocco sul mare e questo permetteva una via di fuga in caso di pericolo», ricordano.

Anche la sorella di Mira, Gisella, aveva sposato un uomo cattolico, Eduardo De Simone, con il quale era andata a vivere a Napoli e aveva avuto un figlio: Sergio. Nel 1943 Gisella decide di tornare a Fiume con il piccolo Sergio. Ma mentre solo due mesi più tardi Napoli verrà liberata dagli Alleati angloamericani e gli ebrei saranno salvi, nel corso del 1943 anche la tollerante Fiume applica le leggi razziali varate dal governo fascista nel 1938 e per la comunità ebraica cominciano le persecuzioni.

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«Nella notte del 28 marzo 1944 - prosegue il racconto Tatiana - entrarono in casa nostra tantissime persone. Avevano lunghi cappotti neri di pelle. La mamma venne nella nostra camera da letto e ci vestì senza dire niente. Nell’altra stanza vedemmo la nonna in ginocchio che pregava quegli uomini di prendere lei al posto nostro. C’era anche Sergio…». Il loro padre, che era nella marina mercantile, era già stato arrestato all’estero. Da quel momento comincia il viaggio verso l’inferno di Birkenau-Auschwitz di Andra, Tatia, della loro mamma, della zia Gisella, del cuginetto Sergio e di altri familiari.

Dopo aver trascorso due giorni imprigionate nella Risiera di San Sabba, vengono deportate nel campo di concentramento. «Ci caricarono sul treno, un carro bestiame. Arrivati a Birkenau ci divisero in due file. Poi ci portarono nella sauna, ci spogliarono, ci rivestirono con i loro abiti e ci marchiarono con un numero sull’avambraccio che ancora abbiamo. Ci trasferirono nella baracca dei bambini e lì cominciò la nostra nuova vita nel campo, dove eravamo abbastanza libere di muoverci mentre i grandi andavano a lavorare». Le sorelline, alte più o meno uguale, vengono scambiate per gemelle e per questo selezionate insieme a Sergio ed a pochissimi altri bambini: tutti ritenuti interessanti per essere sottoposti agli esperimenti del dottor Mengele, detto l’Angelo della Morte. Anche le sorelle Mira e Gisella scampano alla selezione e vengono immesse nei Kommando di lavoro coatto del lager. «Quando poteva, di nascosto, la mamma veniva a trovarci ricordandoci sempre i nostri nomi. Questa intuizione geniale ci fu di grande aiuto: al momento della liberazione molti non sapevano più il proprio nome. Un giorno la mamma non venne più e pensammo che fosse morta, ma non provammo dolore, la vita del campo ci aveva sottratto un pezzo d’infanzia, ma ci aveva dato la forza per sopravvivere».

Anche per questo fu per loro più semplice ascoltare il decisivo consiglio della Blockowa (la deportata sorvegliante di una baracca del lager): «Ci disse: tra poco vi raduneranno. E vi ordineranno: chi vuole rivedere sua mamma faccia un passo avanti… Voi non vi muovete. Spiegammo a nostro cugino Sergio di fare la stessa cosa, ma non ci ascoltò». Sergio è più fragile e cade nella trappola: viene prelevato insieme ad altri 19 bambini per essere trasferito al campo di Neuengamme dove subirà orribili esperimenti per poi venire assassinato nei sotterranei di una scuola di Amburgo.

Le due sorelle vengono liberate il 27 gennaio 1945 dall’esercito sovietico. Quando i russi arrivano al campo, trovano in vita 650 bambini, di cui meno di 50 di età inferiore ai 10 anni: tra questi Andra e Tatiana Bucci. Dopo la liberazione, le sorelle perdono i contatti con la mamma che credono morta e hanno quasi dimenticato la lingua italiana. Nel febbraio 1945 vengono trasferite insieme ad altri bambini in un orfanotrofio vicino a Praga dove imparano a parlare ceco e rimangono fino al marzo del 1946, quando in aereo raggiungono l’Inghilterra, la campagna di Lingfield, dove sir Benjamin Drage ha messo a disposizione la sua tenuta per accudire bimbi ebrei che hanno vissuto la tragedia della persecuzione. Per la prima volta, Andra e Tatiana trovano un’accoglienza amorevole, l’assistenza di una psicologa e di educatori. Mentre le due sorelline tentano di ritrovare serenità e affetto, la loro mamma, sopravvissuta anch’essa, cerca con ogni mezzo di sapere se le piccole siano ancora in vita e dove siano finite. Il comitato per i rifugiati ebrei di Londra insieme alla Croce Rossa Internazionale si danno da fare, partendo dai numeri tatuati alle due sorelline che la mamma aveva tenuto a mente. Un giorno arriva da Napoli una busta in cui le famiglie De Simone e Bucci chiedono notizie dei loro bimbi. Nella lettera successiva viene inviata in Inghilterra la foto dei Bucci e le due sorelle li riconoscono. Nel dicembre del 1946 le bimbe vengono portate a Roma dove ritrovano i loro genitori. Ma è un incontro strano, difficile: troppo tempo è passato, le bimbe piangono soprattutto perché devono salutare la loro accompagnatrice. Temono l’ennesimo cambiamento nella loro vita.

Ci è voluto del tempo per ricostruire il rapporto. Tutte le ferite faticano a rimarginarsi. Tatiana ora si definisce serena. Andra ammette davanti alla platea dei ragazzi di «avvertire ancora dei sensi di colpa: per non essere riuscita a convincere Sergio e per aver avuto più fortuna degli altri bambini del campo». Annuncia che tra qualche mese andrà a vivere negli Stati Uniti, dove ha un figlio e un nipote: «Spero là di riuscire a sentire meno questo peso».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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