Il dolore
Scogli artificiali sommersi contro le mareggiate
Il sistema si chiama Reef Ball e consiste in cupole di calcestruzzo biocompatibili Il concessionario per l’Italia: «Possono salvare le spiagge, a Venezia funzionano»
PISA. Non solo spiagge di ghiaia e massi tradizionali. Ci sono anche altri sistemi per combattere l’erosione costiera. Il dibattito sulle spiagge di ghiaia a Marina varca i confini locali. E da Treviso arriva una proposta: scogli artificiali assai particolari. In pratica, pesanti cupole di calcestruzzo, con una serie di fori per far circolare l’acqua e “gestire” la forza delle mareggiate. Questo sistema si chiama Reef Ball e Moreno Buogo ne è il concessionario per l’Italia su concessione dell’omonima associazione internazionale (Reef Ball Foundation), senza fini di lucro, fondata da Todd Barber nel 1993. La missione è la salvaguardia dei litorali, della flora e fauna marina, il ripopolamento ittico e la conservazione marina.
La Fondazione, per poter gestire operativamente gli oltre 4mila progetti finora attuati, si è dotata di contractor autorizzati allo scopo. Buogo vorrebbe trovare contatti e sfruttarli al meglio, in modo particolare con le amministrazioni locali, per mostrare le possibili applicazioni. «Pensiamo - spiega Buogo - che anziché costruire barriere sommerse in massi che a volte possono produrre effetti addirittura contrari a quelli voluti, sia molto meglio contrastare con soluzioni più armoniose e che, sfruttando il moto ondoso, garantiscano protezione nel momento delle mareggiate». In Italia ha lavorato finora sul versante Adriatico. «Abbiamo terminato un lavoro molto importante vicino all’isola veneziana di Malamocco, dove siamo stati capaci di ridurre il fenomeno dell’ erosione», dice Buogo, la cui impresa si trova a Nervesa della Battaglia.
«Assieme alla biologa Sara Cirelli - prosegue l’imprenditore - e in collaborazione con il gruppo di ingegneria costiera dell’Università di Napoli “Federico II” ci stiamo adoperando tantissimo per approfondire temi specifici e fornire soluzioni progettuali capaci di salvare le nostre coste».
Queste cupole-barriera sono caratterizzate dal fatto di non essere visibili in quanto sommerse e ancorate al fondo marino: consentono il passaggio dell’acqua, ma ne frenano la forza, disperdendo l’energia. Sono inoltre biocompatibili per integrarsi con l’ambiente. Ricordiamo a Buogo che qualche anno fa un sistema simile, il Tecnoreef, doveva essere sperimentato sul litorale di San Rossore; le prove in vasca però bloccarono tutto, dimostrando l’eccessiva mobilità della struttura in caso di forti mareggiate. «Quello - replica - è un sistema in cui si assemblano parti con piastre da 300 chili, mentre il nostro è fatto da blocchi di 25 quintali». Ma i costi? «Non superiori, tutto compreso, ad una barriera in massi».
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