Il Tirreno

Pisa

L’antico affresco tornerà nel Camposanto

L’antico affresco tornerà nel Camposanto

Quasi ultimato il restauro dell’opera di Buffalmacco, un dipinto che si sviluppa per 300 metri quadrati

4 MINUTI DI LETTURA





PISA. Tra fine febbraio e prima metà di marzo l'affresco staccato con gli Anacoreti, attribuito a Buonamico Buffalmacco, tornerà nella posizione originaria nella parete sud del Camposanto monumentale. Si tratta di una superficie dipinta di 100 mq in fase di ultimazione di restauro nel laboratorio pisano di Campaldo. Una scena sofferta, come le altre del vecchio cimitero, parte di un ciclo che comprende il Trionfo della Morte, l'Inferno e il Giudizio.

Un racconto dipinto di 300 mq, ancora abbastanza leggibile perché dagli anni Sessanta agli Ottanta è stato al riparo in un sala del Camposanto, ma con tutti i danni legati a cambi climatici, cattivi restauri sino al bombardamento con incendio dell'ultima guerra. Ora è appeso nel laboratorio, curato in ogni millimetro da otto giovani restauratori guidati da Stefano Lupo. Consunto ma bello, testimonia l'eccezionalità di quelle pitture trecentesche che si estendevano con colori vivaci per 2000 mq complessivi sui muri dell'insigne monumento. A guardare con attenzione gli Anacoreti (o Tebaide) si vedono ancora le scritte che partivano dalle bocche dei personaggi e comunicavano alla gente messaggi di vita e di morte. Si vedono sbucare zampe di diavolo sotto le gonne di donne e finti frati che tentavano i poveri eremiti. Si notano i pesci nuotare in un fiume (un esperto potrebbe riconoscerne il tipo), profili di donne e uomini con le linee nere originarie per segnare occhi e ciglia. Affiorano architetture che fanno pensare a qualche angolo della Pisa antica, alberi e verzure, montagne dove si riesce a cogliere ancora qualche pallido raggio di sole o di luce.

«Il problema principale in questo restauro – dice Lupo – era lo stato precario della caseina adoperata per la ricostruzione del substrato degli affreschi strappati dopo la guerra. L'uso di questa colla sui supporti di eternit, associata ai cambiamenti di umidità, aveva provocato fenomeni di rigonfiamento con la formazione di crepe nell'affresco e quindi perdite parziali di stato pittorico».

Come si è ovviato? «Con il sistema, creato dal microbiologo Giancarlo Ranalli dell'Università del Molise e già utilizzato per altri affreschi, dei batteri "ammaestrati" che, distesi sulle colle in soluzioni adatte, finiscono per divorarle totalmente senza creare danni né alle pitture né alle persone» spiega il restauratore. Non solo, ma come in un puzzle sono stati rimessi frammenti di affresco recuperati nel dopoguerra e finiti a Roma. Riconsegnati dopo sessant'anni sono stati ricomposti sulla base di fotografie fatte prima della guerra.

Il grande affresco degli Anacoreti, dipinto tra il 1336 e il 1341, ordinato dai i frati domenicani che gestivano il Camposanto, offriva un esempio di vita alternativo a quello peccaminoso dei nobili pisani raffigurati nel Trionfo della Morte. Realistico e visionario nello stesso tempo, trasporta l'osservatore tra i monti desertici dove vissero i grandi santi anacoreti. Il tema è trattato in modo spesso burlesco, come nella scena di Sant'Antonio che scaccia il demonio sotto forma di donna tentatrice richiamando il gusto narrativo di Boccaccio. Che l'autore sia Buffalmacco, pittore fiorentino con esperienze bolognesi, nel 1336 abitante a Pisa nella "cappella sancte Marie maioris ecclesie pisane civitatis sembra ormai accertato dagli studi.

Dopo gli Anacoreti sarà la volta dell'Inferno "su cui si è già cominciato a lavorare" continua Lupo "poi del Giudizio e del Trionfo della Morte". Ma non è finita, dei 2000 mq totali, il 70% è stato fatto, ma ne rimangono ancora 600, ci vorranno anni ed un monitoraggio continuo quando saranno ricollocati in loco".

Stessa pazienza certosina per l'abside del Duomo, ormai tutto coperto da ponteggi. «Siamo a mezzo del cammino come restauro e ricerca – spiega negli uffici dell'Opera il responsabile Anton Sutter –. Stiamo cercando di individuare le fasi costruttive del Duomo, su cui la documentazione scritta è scarsissima. L'unica è l'epigrafe di Buscheto. La zona pilota si è estesa al catino absidale, comprese le facciate tergali e il cleristorio. Attualmente siamo nella fase di pulitura. A settembre c'è stato il cantiere - scuola di dieci allievi e tre docenti dell'Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma con cui abbiamo una convenzione».

Quale lo stato della zona? «Non buono. Soprattutto le zone ornamentali dei capitelli versano in uno stato di deciso degrado. Dovremmo finire nel 2016. Poi il restauro si estenderà al Duomo intero, in lotti piccoli, in tutto ci vorranno quindici anni. Arriveremo così alla facciata restaurata nel 2008-09 e la rivedremo. Vi lavorano dieci restauratori dipendenti dall'Opera, che conoscono ogni pezzo e continuano a sorvegliare e monitorare anche a lavoro concluso».

Maurizia Tazartes

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La manifestazione

Firenze, oltre 2.000 studenti in corteo: «Se ci togliete il futuro noi vi blocchiamo il presente»

di Redazione Firenze