Il Tirreno

Pisa

Capolavori ago e filo Tornano a splendere gli arazzi medicei

di Maurizia Tazartes
Capolavori ago e filo Tornano a splendere gli arazzi medicei

Dei sette già restaurati, due sono di nuovo a Palazzo Reale Tessuti tra Cinque e Seicento, ora sarà recuperato l’ultimo

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PISA. Sette grandi arazzi restaurati e uno in attesa di esserlo. Due sono già sistemati nella loro sede, Palazzo Reale. Gli altri sei sono distesi nella luce del fascinoso laboratorio di Moira Brunori, storica dell'arte e restauratrice di tessuti. Ed è là che andiamo, in quell'atelier sistemato nella Torre della Cittadella, un grande spazio concesso dal Comune, da cui si vede una Pisa davvero inedita.

All'interno, ordine, aghi, fili, gli arazzi appoggiati per terra, alle pareti e sui tavoli. Tre anni di lavoro fatto in economia, poco più di 10.000 euro ad arazzo per un totale di circa 90.000, offerti dalla Fondazione Pisa. «Si tratta di un progetto pilota - dice Brunori -poi sarà la volta degli altri ventisei ancora in Palazzo Reale». Direttore del restauro, Dario Matteoni.

Gli otto arazzi, di provenienza medicea, si trovavano a Palazzo Reale dal 1770. Sono stati fatti tutti nell'arazzeria di Cosimo I de' Medici a Firenze, poi passata agli eredi, tranne uno fiammingo, raffigurante Annibale a Sagunto già sistemato a Palazzo Reale. I sei in laboratorio, leggibili come un tempo, nonostante la patina dei secoli, rappresentano tre scene di caccia (Caccia all'orso, Caccia ai conigli con la balestra, Caccia alle lepri con i bracchi). Sono stati disegnati da Giovanni Stradano e tessuti tra il 1568 e il 1570 dall'arazziere Benedetto di Michele Squilli, come un altro arazzo di quasi cinque metri per oltre sette con Clemente VII nomina camerlengo il cardinale Ippolito. Gli altri, secenteschi, raffigurano Stemmi medicei e della Rovere. Un vero e proprio tesoro, che sta attirando studiosi da tutte le parti. I Medici se li portavano dietro nelle loro trasferte come arredi mobili. Li mettevano all'interno e all'esterno dei loro palazzi, senza andare per il sottile quando dovevano sistemarli su qualche parete non proprio a misura. «Li tagliavano - dice la restauratrice - Infatti abbiamo trovato tagli, buchi, lacerazioni, rammendi grossolani fatti con spaghi. Li abbiamo rimossi e abbiamo fatto un restauro conservativo, senza interventi invasivi di filati nuovi».

I colori sono belli, ma un po' spenti . «Colpa del tempo e dei metalli pesanti che usavano per mordenzare le lane in fase di tintura. Ma in origine erano squillanti, come appaiono nel rovescio, meglio conservato, di cui abbiamo fatto una campionatura con una campagna fotografica». Veri e propri capolavori, con i loro racconti, le trame di fili di lana toscana intrecciata a seta per creare le luminosità, gli arazzi medicei rivelano anche il modo di lavorare delle antiche arazzerie dove, accanto al maestro, c'erano diversi specialisti, di paesaggi, animali, figure. «Infatti abbiamo individuato mani diverse nello stesso arazzo» continua Brunori.

Alcuni di questi arazzi sono in corso di studio da parte della dottoressa Matilde Stefanini, storica dell'arte e tra i pochi esperti di questo settore in Italia, altri sono già stati studiati. L'arazzo con Annibale a Sagunto, ad esempio, è stato oggetto di una recente pubblicazione in "Critica d'arte" (nn. 46-47, 2013). «Si tratta di un grande panno tessuto a Bruxelles tra la fine del Cinquecento e i primi cinque anni del Seicento nell'arazzeria di Jacob I Geubels, di cui porta la marca», dice Stefanini. Faceva parte di un paramento con le Storie di Annibale composto da sette pezzi, poi smembrati. Ritrovato tra il 1876-1877 insieme ad altri 31 arazzi nelle soffitte di Palazzo Reale ed esposto nel Museo Civico cittadino dal 1888, era stato dimenticato. «Appartiene ad gruppo di serie poco conosciute, tessute in prima edizione da Jacob Geubels I entro la fine del '500, poi replicate a Bruxelles e in altre città».

Complesso e affollato, di rara qualità, l'arazzo rappresenta il generale cartaginese in primo piano, circondato dai suoi luogotenenti e soldati, mentre viene sorretto e medicato ad una coscia. A sinistra la consorte, figlia di un capo tribù spagnolo, tutta agghindata e arabescata. Sullo sfondo Sagunto in fiamme. «L'ignoto pittore fiammingo che ha disegnato i cartoni conosceva certamente le incisioni di pittori nordici attivi a Roma nel corso del '500, ma era anche informato sui fatti artistici italiani e fiorentini». Bravo davvero: ma chissà chi era. Prima o poi il suo nome salterà fuori.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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