Il dolore
Quel mondo sommerso a Cisanello
Tra i senza tetto che occupano la sala d’attesa dell’ospedale e il sotterraneo con la sua misteriosa “lista”
PISA. Dalle 19 di mercoledì alle 7 di ieri mattina al pronto soccorso di Cisanello. Dodici ore, una notte, alla scoperta di un mondo sommerso: almeno una quindicina di homeless utilizza la struttura ospedaliera come dormitorio, al riparo dal gelo. La sala d’attesa è formata da due spazi: quello di destra, più vicino all’accettazione, è frequentato dagli utenti del dipartimento d’emergenza. In quello di sinistra stazionano i cosiddetti barboni.
I posti migliori. Ci sono due tipi di poltrone in sala d’attesa: a due e a tre posti; siccome ogni poltrona ha i braccioli esterni, le più ambite sono quelle a tre, più lunghe e più comode per distendersi. Così alle 19 cominciano i primi arrivi tra i clochard; un uomo dai lineamenti balcanici invita il cronista a fermarsi per la notte: «Finora hai dormito all’aperto sotto il cavalcavia di Sant’Ermete? Resta qui, fa caldo!». E insiste per offrire subito un caffè alla macchinetta: «Dopo non mi trovi». E dove andrai a dormire dopo? Non lo svela. Qualcuno è già steso e russa. A chi domanda se quella situazione sia normale, una guardia giurata spiega: «Sono arrivato da poco e l’ho “ereditata”. Non ho mai visto la circolare, ma sembra che la direttiva arrivi dalla prefettura. D’altronde se ne mando uno via e mi muore di freddo, passo i guai». Poi aggiunge delle lamentele di medici e infermieri, per alcune molestie e per le carenze igieniche: «Qui ci sono poveri disgraziati che sono persone per bene e anche delinquenti. Se scoppia una rissa con i coltelli, chiamiamo le forze dell’ordine. Ma gli stessi poliziotti dicono che se i senzatetto si tolgono le scarpe e non danno fastidio, possiamo tollerarli».
I giannizzeri. Alle 22,30 un’altra guardia giurata entra; due homeless si alzano all’istante e la raggiungono davanti alla macchinetta del caffè: l’addetto alla vigilanza inserisce la sua chiavetta prepagata e offre il caffè ai due. Uno resta in silenzio e l’altro gli chiede se per la notte può trovare una sistemazione più comoda. La guardia risponde: «Dalla lista non si è cancellato nessuno». Chiacchiera ancora un po’ coi due e poi va via. Nel frattempo il balcanico è sparito. Uno dei clochard “esclusi”, un siciliano che resta sulle poltrone insieme agli altri, inveisce: «Sono i suoi giannizzeri. Nei sotterranei di ortopedia c’è un tizio che con atteggiamenti mafiosi decide chi ammettere e chi no per la notte. Lì ci sono apparecchiature delicate e costose, ma le guardie lo assecondano per paura».
L’insonne. Alle 2 di notte una signora anziana ha già fumato un pacchetto intero di sigarette: spesso fa l’ultimo “tiro” rientrando (all’aperto siamo a -1) e schiacciando il mozzicone a terra, in sala d’attesa. Finalmente trova pace, dopo aver cambiato poltrona ogni mezz’ora; ora si ferma seduta e sarà l’unica del gruppo a non chiudere occhio tutta la notte.
Il livornese. Alle 3,45 arriva un signore con un cappotto molto costoso e fattezze mediorientali: accompagna al pronto soccorso due trentenni feriti alla fronte, uno al lato destro e l’altro all’attaccatura del naso. Dato che si esprime solo in inglese, chiede aiuto al cronista e racconta: «I miei uomini sono feriti». Ma non usa la parola “wounded”, più comune e più adatta a chi sta perdendo molto sangue; dice: «injured», che è resa meglio dall’idea di “offesi, feriti anche nella psiche”. Dai modi l’uomo lascia intuire che i suoi scagnozzi sono stati coinvolti in un regolamento di conti o simili; e alla fine gli sfugge: «Sono venuto da Livorno in taxi». Ma perché non sei andato là al pronto soccorso? «Pisa è più tranquilla».
La lingerie. Alle 5,30 al pronto soccorso è rimasta solo la moglie di un utente: nell’attesa confessa che ha un po’ paura, poiché è circondata dai senzatetto, che nel frattempo si sono allargati anche nella sala di destra. Intanto arrivano le prime donne delle pulizie. La vecchina insonne, alla fine del secondo pacchetto di sigarette, regala a una ragazza un cioccolatino alla ciliegia e rum, poi mostra fiera un cofanetto elegante: la ragazza, con la scopa in mano, lo apre e cerca di essere gentile: «Ma che bello! Ti sei comprata un perizoma rosso…» E torna al suo lavoro.
Vecchie conoscenze. I due mediorientali alle 5,55 escono ricuciti, ma molto deboli: il loro presunto “capo” chiede ancora aiuto per chiamare un nuovo taxi che li riporti a Livorno: «L’auto numero 37 arriverà tra tre minuti all’uscita 1 dell’ospedale». Il boss saluta stringendo la mano quattro volte e abbassa il finestrino del taxi: «Thank you, my friend».
La donna incinta. Le signore delle pulizie cercano di fare molto rumore per svegliare il gruppo di clochard: una ragazza esce dal bagno barcollando, in preda a nausea da stato interessante. Una delle addette sbotta: «Ha vomitato dappertutto, io non ne posso più!». Poi recupera due lenzuola nuovissime, le getta sul pavimento per raccogliere tutto e le insacca in una bustona nera dell’immondizia che butta via: «Mi dispiace, ma altrimenti come faccio? Qui bisogna chiamare qualcuno». E svuota un intero flacone di disinfettante sui muri e a terra.
A riveder le stelle. Ore 7, fuori è ancora buio e in tanti entrano a lavoro correndo. Il mondo si rimette in moto. Per qualcuno non si è mai fermato.
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