Il Tirreno

Pisa

Start-up dei record, la favola di Spinelli

di Luca Lunedì

C’è un laureato dell’ateneo pisano dietro la nascita di Eos, società biotech venduta agli americani per 400 milioni di dollari

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PISA. «Ho studiato a Pisa e ho vissuto a Livorno». Parliamo con Silvano Spinelli, originario di Montignoso, in provincia di Massa Carrara, l’uomo che è riuscito a realizzare una favola: vendere agli americani una start-up biotech per circa 400 milioni di dollari. La vendita di Eos (Ethical Oncology Science) - questo il nome della società fondata da Spinelli - è la più grande exit delle start-up italiane nel settore biotecnologico. Un’operazione legata allo sviluppo e alla commercializzazione di un farmaco antitumorale. La notizia ha fatto il giro del mondo. Nella biografia di Spinelli, 61 anni, si legge che si è laureato all’Università di Pisa.

Dottor Spinelli, quali ricordi conserva della città?

«Sì, mi sono laureato nel lontano 1976 in chimica farmaceutica. Sono anni che ricordo con enorme piacere. Pisa è la città perfetta per studiare e al contempo vivere la vita universitaria. Gli studi erano duri, ma riuscivamo lo stesso a goderci la città e la sua bellezza. Il fermento che gli studenti danno a Pisa non ha niente da invidiare a quello dei college americani».

Lei ha a che fare con ricercatori di tutto il mondo. Come giudica il confronto con quelli italiani e quelli pisani in particolare?

«Ottimo. I ricercatori italiani sono molto preparati e quelli che escono dall’Università di Pisa non sono da meno di tutti gli altri. Non devo essere certo io a fare pubblicità all’ateneo toscano, ma il livello è molto alto. Anche mio fratello ha studiato a Pisa».

Dopo la laurea lei è entrato subito al lavoro in una grande azienda.

«Sì, all’inizio come ricercatore, poi con gli anni ho cominciato a dirigere alcuni progetti. Ero nel team che ha sviluppato l’Aulin, per dirne una».

Il primo passo verso il successo di Eos?

«Il primo fu quando La Roche acquisì la Boehringer dove io lavoravo. Fu una grande opportunità perché permise al centro di ricerca che guidavo di staccarsi e creare Novuspharma, la mia prima società che fu quotata in Borsa nel 2000».

Poi il passaggio a Eos.

«Venduta Novuspharma, avevamo bisogno di un nuovo soggetto su cui lavorare e ci rendemmo conto che c’erano in giro più buoni progetti che persone capaci di svilupparli. Eos si occupava di questo: individuare gli studi promettenti, raccogliere i fondi necessari a svilupparli e poi venderli».

Il venture capital. Che però in Italia è un modello che stenta a prendere piede.

«Non c’è esperienza nell’investire nel settore farmaceutico. È un discorso di logica industriale, il settore farmaceutico ha bisogno di investimenti e di tempo, le aziende italiane non sono disposte a concedere nessuno dei due, soprattutto alle startup. Così i ricercatori italiani sono costretti a rivolgersi ad aziende estere. Certo, non possono fare altro. A me piacerebbe lavorare con partners italiani, ma non ci sono multinazionali capaci di investimenti significativi nel ramo, eppure sono molto remunerativi come dimostra il caso del Lucitanib (il farmaco sviluppato con Eos, nda). Si stanno aprendo però delle possibilità».

Quali?

«So che la Sofinnova, realtà francese che ha investito su Eos, vuole puntare sull’Italia. Non so ancora quanto, ma sono certo che il mercato interessa molto».

Può dare qualche consiglio a chi volesse seguire le sue orme di ricercatore e imprenditore?

«Consiglio di mettersi in gioco, completamente. Occorre avere il coraggio di rischiare in proprio. Ovviamente un giovane ricercatore non può portare un contributo economico, ma può portare idee. Se le idee sono buone ci sono fondi di venture capital che non vedono l’ora di investirci sopra, ma tutti chiedono una convinzione assoluta. Poi è arrivato il momento di fare largo ai giovani. Io il mio percorso ormai l’ho fatto, adesso ci vogliono forze fresche e mi piacerebbe lavorarci insieme».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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