Sicurezza
Rimborsi gonfiati, clinica condannata
La casa di cura “Suore dell’Addolorata” deve versare all’Asl 4,6 milioni. Il Tribunale: prestazioni e interventi ingigantiti
PISA. Prestazioni superiori a quelle effettuate. Ma anche la complessità degli interventi non era poi quella dichiarata al momento di chiedere il rimborso che per l’accusa era gonfiato. Difformità sostanziali che nel corso degli anni hanno portato a un contenzioso milionario tra una casa di cura privata e l’Asl 5. L’epilogo è arrivato con la sentenza del Tribunale civile che ha condannato la clinica “Suore dell’Addolorata” di via Manzoni a pagare all’azienda sanitaria 4 milioni e 633mila euro, oltre agli interessi maturati fino al saldo e alle spese di giudizio.
Dal penale al civile. La storia parte da lontano e trova ora un approdo nelle aule del Tribunale civile dopo aver attraverso quelle delle udienze penali. Nel 2010 ci furono cinque condanne a 5 anni per reati che andavano dalla truffa al peculato.
I decreti ingiuntivi della clinica contro l’Asl risalgono addirittura al 2002 e coprono un arco temporale che risale al 1998.
Nel giudizio sono state riunite le varie istanze fino a giungere al pronunciamento “omnibus” che ha definito in primo grado le ragioni delle parti e chiarito chi deve dare a chi e, soprattutto, quanto versare.
Sostiene la clinica. Nei suoi atti presentati in Tribunale la casa di cura chiedeva il pagamento di una serie di prestazioni sanitarie erogate, a suo dire, per oculistica, ginecologia e chirurgia, stando al rapporto di convenzione con l’Asl 5.
Le ragioni dell’Asl. L’azienda sanitaria, ricevute le richieste di saldo e avviate le verifiche interne, ha iniziato a contestare le pretese della clinica privata. E così si è opposta ai decreti ingiuntivi con una serie di motivazioni che il Tribunale civile alla fine ha accolto.
Intanto, stando all’Asl, la casa di cura aveva svolto solo prestazioni oculistiche. Niente interventi ginecologici o chirurgici. Non solo. Per l’azienda la grande maggioranza delle prestazioni era da erogarsi in regime ambulatoriale, mentre la clinica «le ha indicate e valorizzate come ricoveri in day surgery o day hospital con un aumento indebito e notevole dei pagamenti richiesti all’Asl dalla struttura privata».
Costi gonfiati. Dunque, per l’azienda pubblica le prestazioni reali non solo erano inferiori a quelle presentate dai privati, ma per eseguirle era sufficiente un intervento minimo in ambulatorio senza la necessità di un ricovero, anche se ridotto nei tempi come invece sosteneva la clinica nel chiedere il saldo delle operazioni.
La tassa. In attesa di incassare i 4,6 milioni di euro, l’Asl deve versare l’imposta di registro che, come prevede la legge, è pari al 3 per cento dell’importo oggetto della causa. Tradotto: prima di mettere le mani sui soldi che le spettano deve pagare allo Stato 139mila euro.
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