La scuola deve rivalutare la figura dell’artigiano
Di Benedetto: ne ho parlato con il ministro Carrozza, bisogna invertire la rotta Federighi: un danno per l’economia aver reso gli istituti tecnici simili ai licei
PISA. Produzione -4,5%, fatturato -3,8%, ordinativi -4%. Ecco la fotografia dell’industria pisana nel secondo trimestre 2013 rispetto allo stesso periodo del 2012. Da qui siamo partiti per porre alcune domande ai nostri interlocutori durante il forum in redazione.
Come giudicate l’attuale congiuntura economica e quali pensate possano essere le possibili vie d’uscita?
Federighi: «In Italia il momento è difficile, anche se ci sono piccoli segnali di ripresa. Ma ormai parlare di mercato nazionale ha poco senso. Gli imprenditori, anche pisani, che hanno un segno positivo sono quelli che si rivolgono al mercato extra Ue. Soprattutto prospera chi ha un mercato di nicchia, chi cioè investe sulla qualità del prodotto. Dalla situazione attuale non vedo uscite rapide: manca il credito alle aziende, non ci sono riforme politiche che aiutino le imprese e la riforma Fornero che voleva agevolare il mercato del lavoro lo ha invece ulteriormente ingessato».
Pucci: «In effetti è più giusto parlare di mercato europeo. Ciò che maggiormente frena gli scambi tra Europa e resto del mondo che ragiona in dollari è il cambio: con l’euro a 1,38 siamo penalizzati. Gli Usa tengono basso il valore della loro moneta per agevolare le esportazioni e anche in Europa sarebbe questa la politica da seguire, ma ci sono anime troppo diverse: la Germania è fortemente contraria. Con un cambio sotto l’1,15 si vedrebbe una ripresa immediata. Le imprese devono puntare sul made in Italy, è un marchio che tira molto e va tutelato investendoci».
Di Benedetto: «Abbiamo bisogno che le istituzioni portino le aziende fuori dai nostri confini. Non parlo di Fiat o Finmeccanica, si deve dare spazio alle piccole e medie imprese all’estero perché spesso sono quelle che davvero fanno prodotti di qualità e possono conquistare i mercati. Abbiamo un livello di informatizzazione delle imprese che non è assolutamente adeguato per stare sul mercato internazionale e su questo dobbiamo fare una profonda riflessione. Il made in Italy deve essere di qualità e digitale. Dobbiamo poi avere chiari quali sono i nostri punti di forza: manifattura, enogastronomia. Quelli sono i campi nei quali eccelliamo».
Balestri: «Voglio portare il discorso sul mercato locale. Pisa è messa peggio del resto della Toscana nella vendita al dettaglio. Nella provincia di Pisa sono 151 le attività che nei mesi scorsi hanno chiuso. Anche il fatto che l’unico segno positivo venga dai 20 nuovi minimarket aperti da stranieri deve far riflettere».
Impresa e pubblica amministrazione spesso sembrano nemiche: come devono imparare a dialogare?
Federighi: «La riduzione della burocrazia sarebbe un cambiamento a costo zero per lo Stato. Siamo ancora in una situazione in cui per ottenere dei permessi ci vogliono mesi: lungaggini che per un imprenditore significa non produrre, non vendere. La burocrazia giustifica se stessa».
Pucci: «Quando si vedranno gli effetti della spending review? E’ da lì che si possono trarre risorse utili. E poi gli appalti pubblici: da anni combattiamo i global service, servono meccanismi per favorire le aziende locali».
Di Benedetto: «Noi dobbiamo lavorare su una rivoluzione culturale e la partenza può essere il digitale. So che servirà una spinta politica fortissima. Il digitale può rendere tutto più efficiente. Servirebbe un decreto legge: da domani tutti i dati diventano pubblici. Questo, tra l’altro, farebbe nascere un’economia dei dati che negli altri Paesi esiste e in Italia manca del tutto».
Balestri: «Va cambiato il modo con cui le pubbliche amministrazioni affidano i lavori alle imprese. Ora le gare d’appalto penalizzano troppo le imprese del territorio».
Come è cambiato e come dovrebbe essere il rapporto tra formazione/scuola e mondo imprenditoriale?
Federighi: «La progressiva liceizzazione degli istituti tecnici è stata un danno per le imprese. Un giorno, si spera vicino, usciremo dalla crisi e le aziende rischieranno di non trovare sul mercato le competenze necessarie alla ricostruzione. Incontreremo i presidi per capire dove andare».
Pucci: «Sarebbe necessario tornare al modello del vecchio apprendistato. Un’azienda che forma un lavoratore o che ha nel suo organico una risorsa esperta che sta andando in pensione ha bisogno di non disperdere quel patrimonio di conoscenze conquistate sul campo. In Germania i neo-pensionati tengono veri corsi ai nuovi assunti. In Italia non è possibile farlo con le leggi attuali».
Di Benedetto: «Dobbiamo ripartire dal capitale umano, dopo aver creato scuole di serie B e C. Dico spesso al ministro Carrozza: ferma lo sfacelo, ricostruiamo scuole che formano l’artigiano, in tutti i settori, e che soprattutto restituiscano dignità al profilo. Deve tornare una figura socialmente appetibile».
Balestri: «E’ vero, si è perso il valore del progetto di apprendistato, la formazione aziendale permetteva una continuità che adesso non è più possibile avere e le imprese ne soffrono».
Qual è il ruolo dell’impresa nell’emergenza lavorativa e occupazionale?
Federighi: «Abbiamo bisogno di flessibilità in ingresso. La riforma Fornero ha immobilizzato le possibilità di assunzione. Il contratto di apprendistato, con il limite a 29 anni, lo applichiamo a pochissimi laureati che quindi vanno via. Il costo del lavoro schiaccia le imprese che non possono permettersi di assumere».
Pucci: «Non è più possibile fare i contratti a termine e un’impresa ha bisogno di conoscere una risorsa prima di decidere se assumere o meno».
Di Benedetto: «Poi bisogna uscire dalla logica di dare gli incentivi: io assumo se la mia azienda cresce, non se il lavoratore mi costa qualche centinaio di euro in meno. Io voglio crescere e assumere, ma la flessibilità in entrata è fondamentale».
Balestri: «Sì, il cuneo fiscale è troppo elevato. La maggior parte di quello che pago di tasse lo darei volentieri in stipendi, se potessi».
(Servizi e testi di Luca Daddi, Francesco Loi e Luca Lunedì)
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