Il Tirreno

Pisa

Sulle tracce di Dante nella Pisa imperiale

di Marco Barabotti
Sulle tracce di Dante nella Pisa imperiale

Da domani un convegno: i professori Santagata e Petralia rivalutano il ruolo della Toscana occidentale nella vita del poeta

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PISA. Sulle tracce di Dante a Pisa. O meglio, la ricostruzione del suo lungo soggiorno pisano al seguito della corte dell’imperatore Enrico VII di Lussemburgo: qui il poeta avrebbe scritto la “Monarchia” e qui soggiornò e fu sepolto Enrico VII nel 1313, esattamente sette secoli fa. L’importanza di Dante a Pisa, già confermata nel libro di Marco Santagata “Dante. Il romanzo della sua vita” (Mondadori), sarà illustrata con ulteriori particolari e approfondimenti nel convegno di tre giorni che si apre domani nell’appena restaurata sala delle Baleari di palazzo Gambacorti. Convegno che nasce appunto da questo doppio anniversario dal titolo "Enrico VII, Dante e Pisa. A settecento anni dalla morte dell'imperatore e dalla Monarchia (1313-2013)".

Ne abbiamo parlato con i due coordinatori dei rispettivi gruppi di studio: Marco Santagata dell’istituto di italianistica e con Giuseppe Petralia dell’istituto di storia dell’Università di Pisa. Professor Santagata, fino a poco tempo fa quando si parlava delle città di Dante si faceva riferimento ad Arezzo, Verona e Ravenna, mentre oggi salta fuori, oltre a Bologna e alla Lunigiana, il ruolo strategico di Pisa nella vita del poeta.

«Noi pensiamo ormai in maniera certa che il percorso biografico di Dante sia legato alla discesa in Italia di Enrico VII di Lussemburgo, incoronato Re dei Romani e destinato a cingere in Roma la corona imperiale. Dante già all'inizio del 1312 è a Pisa al seguito dell'imperatore. Qui non si dev’essere trovato bene. Infatti allora era già noto il suo famoso canto “Pisa vituperio delle genti…”. Ma Dante aveva la protezione imperiale e non correva rischi. Una cosa che si sottovaluta nel ricostruire la vita del poeta è che Dante era già stato bandito da Firenze e questo aveva un significato legale ben preciso e cioè non godeva più dei diritti civili: chiunque lo poteva ammazzare impunemente senza che questo costituisse reato. E si arriva al 1313, quando Enrico VII muore a Buonconvento. Le spoglie tornano a Pisa e vengono accolte nella "bella sepoltura" di Tino di Camaino, innalzata originariamente dietro l'altar maggiore del Duomo. Ecco, dal 1312 e fino alla morte di Enrico VII, Dante era rimasto sempre a Pisa, anche perché da qui non si era mai mossa la cancelleria imperiale. Ed è in questo periodo che Dante scrive la "Monarchia”».

E’ vero che Dante era già venuto a Pisa prima del suo lungo soggiorno pisano?

«Di sicuro il giovane guelfo, dopo la battaglia di Campaldino, venne a Pisa nell’estate del 1289 quando i fiorentini mossero contro i pisani comandati da Guido da Montefeltro e si fermarono a Cisanello, Dante, allora, non aveva dubbi nell’individuare in questa città il vero nemico della sua. Era prassi allora fare delle parate sotto le mura degli assediati. Pisa era la sua nemica, la Pisa ghibellina, la più grande e potente nemica della Firenze guelfa. Poi la storia fa sì che il guelfo di Firenze scriva a Pisa un trattato tutto filo imperiale come la "Monarchia". E questo è un tratto tipico della vita del povero Dante che è costretto a cambiare anche opinione a seconda delle circostanze. Prima combatte contro Pisa e poi in questa città trascorre un lungo periodo della sua vita».

Professor Petralia, il fulcro di questo convegno è anche la figura di Enrico VII. Che immagine avevano di lui i pisani del tempo?

«Va detto subito che in ogni città dove arrivava l’Imperatore chiedeva tributi consistenti per finanziare la sua politica. Almeno i ceti dirigenti delle città glieli davano volentieri. Certo, il popolo pisano che doveva pagare era tutt’altro che contento. Per i gruppi dominanti era invece un investimento. Per coloro che erano dovuti andare via da Pisa, era un modo di ritornare in città. Se l’impresa di Enrico VII fosse andata a buon fine lo spazio e le risorse per Pisa e per i pisani sarebbero aumentate sensibilmente. Avrebbero avuto anche un vantaggio strategico nei confronti di Firenze, perché i mercanti pisani non erano più quelli delle navi o avventurieri, ma erano grandi mercanti banchieri che si trovavano di fronte queste super compagnie di fiorentini. Poi Enrico VII avrebbe dato un colpo forte all’economia fiorentina riguardo alla moneta: voleva infatti sopprimere il fiorino e imporre nell’Italia centro settentrionale una monetazione controllata da lui».

Perché, professor Petralia, Enrico VII aveva scelto Pisa? «Perché Pisa era una città imperiale. Siccome doveva venire in Toscana per far riconoscere il suo status di imperatore, era quella più sicura e poi tutti i corridoi per la Toscana erano stati chiusi dai fiorentini. Poteva quindi venire qui solo via mare».

Professor Santagata, il percorso di Dante a Pisa che lei ha ricostruito è del tutto indiziario e congetturale. Se le cose fossero così, e il convegno che si apre domani dirà forse di più, cosa si ricaverebbe da tutto questo?

«Dovremmo ammettere che Pisa e la Toscana occidentale hanno avuto un ruolo di grande rilievo nella vita di Dante e, quel che più conta, nella sua attività di scrittore. Qui sarebbe stata composta la “Monarchia”, qui, tra Lucca e Pisa, gran parte del “Purgatorio” e non pochi canti del “Paradiso”».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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