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Pisa

Max cerca il riscatto, Tamara i figli

Max cerca il riscatto, Tamara i figli

Le storie di due vite che s’interrogano sul futuro. Intanto la detenzione ha cambiato entrambi: «Mai più qui dentro»

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PISA. Lui si chiama Massimiliano Meci, 31 anni. Lei Rosanna Mottola, 42 anni, per tutti Tamara. Raccontano la loro storia e ambedue dicono: «Mai più qui dentro».

Massimiliano (Max per noi) è nato in Sicilia, ma ha un inconfondibile accento livornese, la città dove è cresciuto e vivono due suoi fratelli. Si è diplomato all’alberghiero di Rosignano. È stato l’uso della droga a farlo inciampare. «Ho lavorato nell’edilizia e nella ristorazione, ho fatto anche il carpentiere guadagnando 3-4mila euro al mese, ma i soldi, quando ti droghi, non ti bastano mai».

Così un giorno tenta una rapina insieme alla moglie e un amico. Il colpo va a rotoli e si ritrova in galera, anche la moglie è al Don Bosco e usciranno ambedue entro la fine dell’anno. Quattro anni di carcere e tre penitenziari diversi hanno trasformato questo giovane che si è liberato dalla tossicodipendenza. «Quando t’arrestano - racconta Massimiliano - non sai dov’è la mano destra e dov’è la sinistra, entri in carcere e vedi arabi, asiatici, rumeni. Loro ti guardano incuriositi. I primi sei mesi li ho fatti alle Sughere a Livorno e sono stati negativi. Sono stato in una cella di sicurezza dove non c’era neanche il materasso. Durante il primo anno vissuto in galera mi ha aiutato la Caritas perché non volevo chiedere niente a nessuno».

Massimiliano, quando uscirà dal carcere, vuole tornare a Livorno. «Voglio lavorare e crearmi una famiglia come si deve. Sono pronto ad accettare qualsiasi occupazione, voglio dare un senso alla mia via, non voglio certo buttarla via». E parla anche di quanto l’essersi avvicinato alla fede lo abbia aiutato, così come in carcere non si è mai tirato indietro quando c’era da fare qualcosa. «Ora lavoro in cucina» dice Massimiliano a cui chiediamo come un detenuto vive i problemi di sovraffollamento.

«Viviamo in tre-quattro dentro celle di 12 metri quadrati» risponde e aggiunge: «Io vado d’accordo con i miei compagni di cella e anche con gli altri. Il carcere mi ha insegnato la condivisione e la solidarietà. Posso offrire qualcosa che a qualcuno manca. E così fanno gli altri. Ma ogni giorno è diverso e non sai mai come l’altro può prendere uno scherzo o una battuta. Bisogna sempre stare allerta. A volte, in altre celle scoppiano liti violente per guardare la televisione. E un altro problema sono le docce. Ci sono tre docce e una sola con l’acqua calda. In cella solo acqua fredda e così tanti non si lavano. Con conseguenti problemi di igiene per sé e per tutti gli altri. Io mi ero ammalato e ora voglio mantenere il mio stato di salute».

Tamara è una donna bionda, gli occhi grandi circondati dal mascara. «Ho sposato un albanese ed è stata la mia rovina» dice. Da un anno e mezzo è al Don Bosco e deve scontare altri cinque anni. «Qui in carcere non ho paura, mi sento protetta, ma quando uscirò avrò 47 anni e so di quanto fuori sia difficile trovare un lavoro. Ed è questo che mi spaventa anche se so fare tante cose e mi so adattare. Facevo la parrucchiera andando direttamente nelle case delle persone, ho lavorato in una ditta delle pulizie. Qui, sto seguendo un corso di muratura e lo faccio volentieri così come sto studiando per prendere il diploma superiore della scuola alberghiera».

Tamara ha due figli maggiorenni che le fanno sentire il loro affetto. «Mi vengono a trovare, ma mi mancano», dice e alla domanda se, in carcere, ci sia solidarietà fra donne risponde: «No, non ce n’è, ognuna pensa per sé, non ci sono momenti di confidenza. Qualcuna si fa l’amica del cuore con cui parlare, ma io mi tengo tutto dentro».

Al Don Bosco, ci sono 40 donne comprese quelle 7-8 del centro clinico. Vengono organizzati diversi corsi e c’è anche una squadra di pallavolo. Ma il problema della sezione femminile è l’eccessiva commistione «in quanto - chiarisce il direttore - non c’è una separazione fra chi è in custodia cautelare e chi deve scontare la pena a titolo definitivo. C’è una area passeggio esterna, ma all’interno non ci sono grandi spazi che possono essere sfruttati».

Infine, il direttore lancia un appello. Mancano televisori. Si accettano vecchie tv max 19 pollici. Si accettano anche libri, ultime pubblicazioni, non vecchi testi scolastici.(g.p.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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