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Pisa

La tecnologia valorizzerà l’arte

La tecnologia valorizzerà l’arte

Convegno nazionale degli Amici dei musei, tra i temi anche il rapporto col web

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PISA. L'Italia ha circa 3.500 musei tra statali, civici, diocesani, privati. Contenitori di capolavori ricchi di storia, ma che faticano a vivere nel mondo di oggi. Hanno ancora senso e quale? Chi li frequenta? Qual è il loro rapporto con il territorio che li circonda? E la loro identità, è importante? Domande che si è posto il XXVII Convegno Nazionale degli Amici dei Musei d'Italia in corso a Pisa nei tre giorni 18, 19 e 20 ottobre e che ha avuto ieri il suo dibattito nell'Auditorium di Palazzo Blu.

Assente Cristina Acidini, soprintendente del polo museale fiorentino, erano presenti Mauro del Corso, Presidente della Fidam (Federazione italiana degli Amici dei musei), il prefetto Francesco Tagliente, il sindaco Marco Filippeschi e otto relatori moderati da Hedec Osser, giornalista del Giornale dell'Arte.

La discussione ha messo in evidenza i problemi connessi al museo, le scarse risorse economiche pubbliche e i rapporti non facili con il Mibac (Ministero dei beni e delle Attività Culturali) sottolineate da tutti presenti. Anche se-opinione generale- qualche segnale positivo non manca con il nuovo ministro Bray. Tutti d'accordo anche sul fatto di lavorare insieme, istituzioni e volontari.

Mauro Del Corso, che guida un esercito di 40.000 volontari delle centodieci associazioni museali italiane federate alla Fidam, pone la prima domanda. Qual' è l'identità di un museo? Ogni museo ne ha una sua, che nasce dalla sua storia, dal luogo in cui è posto, dall'edificio che lo ospita e dalle opere che contiene, sostiene Cosimo Bracci Torsi, Presidente di Palazzo Blu, che pone come esempio la sua esperienza nello stesso museo di Palazzo Blu: «L'arte è espressione di una comunità e il museo la deve riflettere». Sottolinea i problemi in cui si è sempre imbattuto «scarsità di coordinamento tra istituzioni e privati, dispersione delle risorse, il pessimo sistema legislativo, l'immobilismo burocratico», ma sostiene che una città come Pisa possa esprimere una sua identità attraverso il museo. E nel caso del museo di Palazzo Blu, il suo allestimento come palazzo signorile di Pisa «che sottolinea il carattere di memoria cittadina» è stato il punto di raccordo di opere disomogenee come tipologia e cronologia, dal '300 al '900, che hanno trovato il loro collante nella "pisanità".

Ma il punto nevralgico lo tocca Severino Dianich, professore della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale che, dopo aver esordito con l'esclamazione «Guai se non avessimo i musei!», ne fa una sottile critica ricordando come quasi sempre le opere che finiscono in un museo sono decontestualizzate dal loro luogo di origine e private del loro significato. Così come il luogo che le conteneva, reso orfano di quegli arredi, perde totalmente il suo ruolo. Sacrosanta verità, testimoniata da quasi tutti i musei e toccabile con mano nel Museo di San Matteo di Pisa, dove il visitatore si imbatte in sculture, bassorilievi, rilievi, dipinti e affreschi staccati che un tempo ornavano le chiese pisane. Così come chi gira per le chiese le trova spogliate delle sue antiche opere e private del vero significato delle immagini. Come risolvere il problema?

La risposta ad un problema irrisolvibile sembra quello di affiancare alle opere dei vari musei strumenti multimediali che ne restituiscano fisionomia e collocazione originarie, anche se la stessa cosa dovrebbe essere fatta nelle chiese e nelle sedi di provenienza.

E sul crinale del web gioca la sua sfida Dario Matteoni, direttore del Museo di San Matteo, che insiste sui nuovi modi di percezione delle opere spesso frammentarie: «Il web affiancato al museo tradizionale può dare molte risposte, oltre che una quantità di dati».

Solo affiancare però, e non sostituire la visione diretta di un'opera. Che ne direbbero i loro autori, antichi e moderni?

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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