Toscana
Dipinse una statua per il Duomo, rovinata da una cerva che mangiò i fiori all’altare...
Figlio di un vasaio di Rigoli, Turino Vanni (dal latino Torinus Vannis de Reguli), nasce a Rigoli (Pisa) nel 1348/1349, data che si ricava dalla sua dichiarazione dei redditi in cui dice di avere 78...
Figlio di un vasaio di Rigoli, Turino Vanni (dal latino Torinus Vannis de Reguli), nasce a Rigoli (Pisa) nel 1348/1349, data che si ricava dalla sua dichiarazione dei redditi in cui dice di avere 78 anni nel 1427. Nel 1438 è ancora vivo. Si forma a Pisa, dove nel 1383 è pagato per una tavola (perduta) destinata ad un altare della chiesa di Santa Cristina (Lungarno Gambacorti). Nel 1397 firma e data "Turinus Vannis de Riguli depinxit A.D. 1397" (Turino Vanni da Rigoli dipinse nel 1397) un grande dipinto per la chiesa di San Cassiano, ora in quella di San Paolo a Ripa d'Arno. Statica, monumentale, impreziosita dall'oro, l'opera rappresenta la Madonna con il Bambino fra i santi Ranieri, Torpè e due sante. Nel 1405 il pittore è iscritto tra le guardie del Quartiere di Ponte (zona attuale via Roma), ma subito dopo, con l'occupazione della città da parte dei fiorentini, emigra a Genova dove si ferma dieci anni, sino al 1415, acquisendo la cittadinanza e lasciando opere come il trittico firmato della chiesa di San Bartolomeo degli Armeni. Poi si trasferisce a Savona dove affresca in Palazzo Pubblico. Nel 1419 è di nuovo a casa, a ripassare le scritte sotto gli affreschi del Camposanto. Nel 1427, a 78 anni, nella denuncia catastale ci dà lui stesso molte informazioni: abita nel quartiere di Ponte, parrocchia di San Leonardo, ha una suocera a carico, una moglie, Boncia, di ventotto anni più giovane, sposata in seconde nozze e un figlio Vanni tredicenne (prolifico in tutti i sensi il buon Turino) e un altro, Paolo, della prima moglie. Dice di essere "nel letto infermo" e di avere beni nel comune di Rigoli. Ma nel 1438 lavora ancora. Restaura la parte inferiore dell'Inferno nel Camposanto e colora una Madonna lignea per il Duomo. Una Madonna sfortunata, che viene buttata in terra e rovinata ("percussa in terram et devastata") dalla cerva del Capitano del Popolo che si era avvicinata all'altare per mangiare erba e fiori che decoravano la statua. Altro che turisti, allora: addirittura cervi. Lo racconta Tanfani Centofanti nell'Ottocento.
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