Sicurezza
La prima volta di un contemporaneo al museo di S. Matteo
Si apre la mostra di Giovanni Frangi, il titolo è “Sherazade” Il direttore Matteoni: per noi è una rassegna a costo zero
PISA. Può l’arte contemporanea dialogare con quella del passato? Sì, se le opere di oggi sono di alta tenuta, capaci di intrecciarsi ai capolavori dei maestri antichi. Lo testimonia la mostra che si apre al pubblico domani (inaugurazione oggi ore 18.30) al Museo di San Matteo (sino al 3 novembre) in cui tele, sculture, disegni murali di Giovanni Frangi, artista nato a Milano nel 1959, ripercorrono le sale del museo in un muto confronto. Si intitola “Sherazade” dal personaggio di una novella delle Mille e una notte, anche, se come dice l’artista, ad attirarlo per quel titolo è stato il suono della parola più che il contenuto. Presentata ieri alla stampa da Dario Matteoni e dall’artista, insieme al sindaco e all’assessore alla cultura, la rassegna a costo zero per il museo come sottolinea il direttore, ma sponsorizzata da vari enti pubblici e privati, è una delle prime esperienze in questo senso al San Matteo. Non nuove però in Europa e in altre città italiane.
«Per me – dice Frangi - è una rara occasione per presentare la mia opera in uno spazio pubblico. E poi una sfida nel riuscire a integrare opere medioevali e rinascimentali con quelle di un artista vivente». La passeggiata tra i capolavori antichi, accesi da una nuova illuminazione led, dimostra che la sfida è riuscita. All’inizio, nelle sale delle Croci dipinte, della pittura e scultura trecentesca e quattrocentesca, a segnare la strada sono grandi blocchi scuri scolpiti che, come i sassolini della fiaba, guidano il visitatore. «Ho sempre amato la scultura - spiega Frangi - perché mi permette di abbracciare lo spazio intero e non la bi dimensione della tela. Questi oggetti adagiati per terra sono tronchi, massi, sassi, leggerissimi. Indicano il tragitto». Simili a tronchi o a frammenti di meteoriti, di gesso dipinto o di gommapiuma colorata, silenziosi e non invasivi, rispecchiano l’interesse verso la natura e il paesaggio che è alla base della poetica dell’artista. Un contrasto azzeccato con le tavole colorate a fondo oro.
Di sasso in sasso, si giunge alla fine del Quattrocento, in una sala dove accanto ai dipinti di Benozzo Gozzoli e Ghirlandaio, spicca una tela con un cielo azzurro, fatta con pigmenti e resine acriliche, che ha il suo pendant a piano terra. Un soggetto trattato nel 2007, ma che qui crea una pausa tra le sculture e una serie di tele scure, che si incontrano nell’ultimo corridoio, dove normalmente sono esposti dipinti sacri del Seicento e Settecento con antiche icone incorporate. «Sono le notti - dice l’artista - create nel 2000 ma presentate qui per la prima volta. Sul fondo, il fiume Po osservato quando la luce svanisce, pieno di fascino e mistero. Io che amo il colore, ho provato a ridurlo, scoprendo tutte le tonalità del nero». Si tratta anche in questo caso di paesaggi, osservati di notte, in cui il colore esiste in tutte le gamme del bruno. E al paesaggio naturale, figurativo e astratto insieme, è dedicato tutto il piano terra del museo. Nel «bellissimo» chiostro, come lo definisce Frangi, un tronco fatto di gesso e metallo, colorato di rosso e arancio, appoggiato sul prato e un serpente di ferro attorcigliato su se stesso, riflettono la voglia di reinventare la natura. Intanto negli ambienti che circondano il chiostro, una serie di otto grandi tele a olio dalla ricca cromia, paesaggi «marchigiani” colti a volo d’uccello, dai colori tenui, azzurri, verdi, sono in compagnia e chiacchierano con i capitelli trecenteschi della bottega di Giovanni di Balducci.
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