Il Tirreno

Pisa

Ciclisti, la roulette del pericolo

di Gianluca Campanella ; di Gianluca Campanella
Ciclisti, la roulette del pericolo

Tanti i rischi e le insidie per chi viaggia senza inquinare nelle aree riservate alle biciclette: ecco il nostro viaggio

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PISA. «La nostra città è a misura di bici», si sente dire spesso sia da chi ci vive o va in ufficio su due ruote, sia dagli studenti che scelgono questa città universitaria anche per le sue dimensioni né troppo grandi, né troppo piccole.

Ma è davvero così? Da un punto di vista “geografico” pare proprio di sì, ma le cose cambiano se la domanda diventa: Pisa è a misura di ciclisti? Tra automobilisti che non hanno riguardi verso i loro simili più ecologici e tra piste ciclabili che spesso lasciano a desiderare, la vita del ciclista è sempre una scommessa.

Le parole di Roberto Massei, cicloamatore che ci ha accompagnato in un lungo viaggio, sono ironiche e allarmanti nello stesso tempo: «Se, illudendomi di rappresentare un habeas corpus in regolare transito velocipedistico, mi sposto legittimamente anche di pochi centimetri sulla mia sinistra, corro l’estremo rischio letale». Si riferisce al «duplice rischio o di essere schiaffeggiato dal disordinato rigoglio del frascame o, ancor peggio, di fracassarmi le ossa contro portiere proditoriamente spalancate o musi in stizzite manovre di accesso». Un problema di manutenzione, dunque, e uno di comportamenti. Ma non è finita: «A Pisa le piste ciclabili sono concepite come spezzoni che vanno nel nulla. Solo qui succede tra le città di un certo livello; e non consideriamo il Nord Europa».

Di carne al fuoco ce n’è già troppa: per non farci mancare niente abbiamo anche sfogliato un report della Fiab, Federazione italiana amici della bicicletta: 25 pagine scritte fitte sulle criticità; è datato gennaio 2005, ma da allora poche cose sono cambiate.

I pericoli. Primo posto assoluto del rischio spetta senza dubbio ai bagni di Nerone, dove la pista finisce all’improvviso senza segnaletica verticale: siamo in curva, contromano e tutti i turisti che arrivano da San Zeno sono distratti a sinistra dalla telecamera della ztl e dal pensiero di evitare la multa; sono costretti a girare a destra e pensano di aver scampato il pericolo, ma hanno anche da evitare i ciclisti. «Un miracolo che non ci sia ancora scappato il morto», commenta con freddezza Massei.

Ma non scherza nemmeno un altro capolavoro: la bellissima pista in zona Cittadella tra fruscio delle acque dell’Arno, del fogliame e canto di uccellini. Si passa vicino alla storia: gli arsenali Medicei e si imbocca la monumentale porta antica all’altezza di via Bonanno. Se il tracciato finisse sotto l’arco, sarebbe un peccato, ma avrebbe un suo perché (Bonanno di fatto è una pericolosa tangenziale, meglio non avventurarsi). Invece finisce 30 metri più avanti, dopo una ripida discesa e senza preavviso; i casi sono due: o schiantarsi contro il cancello in metallo di “fine corsa” o evitarlo, saltare dal marciapiede e finire in via Bonanno sperando che in quel mentre non capiti un tir e pure piuttosto nervoso!

La manutenzione. Del «frascame» si è detto; ma le radici? Per gli abitanti di porta a Lucca, via Giovanni Pisano ha un nomignolo affettuoso: «le montagne russe». Provate a percorrerla tutta senza farvi venire il mal di mare: nata male (è sul marciapiede e a ogni villetta c’è un avvallamento per consentire l’ingresso dei suv nella proprietà) è finita peggio, con le radici di alberi secolari che hanno frantumato le mattonelle e/o nascondono insidiosi spuntoni che promettono sinistri presagi di foratura. I meccanici festeggiano.

Simile problema sulla «stupenda pista dei Navicelli». Massei promuove il «bel paesaggio», ma ci invita a prendere la bici in spalla: «A terra sono tutte pietre appuntite e non conviene pedalare». Di nuovo peccato, perché è l’ultima realizzazione a favore degli amanti delle due ruote: quasi trenta chilometri in mezzo alla natura. Visto che parliamo di numeri, sono (o saranno) 270 i chilometri totali in provincia: un progetto ambizioso con l’aiuto dei fondi europei o regionali. Mentre nel centro di Pisa arriviamo a 34,5 Km di piste: 5,4 in corsia separata e 29,1 in sede protetta. «Protetta» è un eufemismo: il cordolo che «protegge» il ciclista in via Gioberti e via Garibaldi è solo un ricordo, per quante auto ci sono passate sopra in cerca di un parcheggio.

I comportamenti. Si apre così il capitolo più doloroso: quanto i pisani amano i ciclisti. Poco: sempre in via Garibaldi e sul lungarno Galilei, la pista è in condivisione sul marciapiede con i pedoni. Provate a far spostare un passante e a mostrargli – a terra – l’omino disegnato a sinistra e la bici disegnata a destra: vi guarderà come un marziano. Ma questo è folclore rispetto all’“homo automobilisticus”, una variante della razza umana: se piove cerca sempre di centrare la pozzanghera per bagnare la bici; se ci sono milioni di vettura in fila suona il clacson al ciclista, perché il traffico è ovvio che sia colpa sua. E non diciamo il nome della banca di ieri mattina: abbiamo provato a passare vicino al portavalori blindato in sosta sulla ciclabile. Una smorfia e un mitra puntato ci hanno fatto capire che non eravamo graditi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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