Sicurezza
Tares, quando l’ecobonus diventa quasi un miraggio
La protesta: eccessivo il tetto del 40% di differenziata per avere lo sconto così si incentiva lo scarico nei cassonetti. Ecco cosa succede con questi standard
PISA. Il 16 settembre scade il termine per pagare la prima rata della Tares, il nuovo tributo comunale sui rifiuti. Imposta che, probabilmente, durerà solo un anno qualora il governo Letta riesca a varare la “service tax” che dal 2014 unirà varie tasse tra le quali anche quella sui rifiuti. Ma in attesa delle decisioni romane, i pisani si trovano di fronte alla nuova tassa. E non mancano le polemiche.
La settimana scorsa abbiamo accolto le proteste di coloro che utilizzavano i centri di raccolta mobili (Cam) per conferire i propri rifiuti ottenendo i punti necessari per l’ecobonus; proteste dettate dalla rimodulazione del servizio che, nei fatti, ha eliminato queste Cam (che adesso possono ricevere solo rifiuti pericolosi come pile, batterie di auto ad esempio) affidando alle quattro stazioni ecologiche fisse il compito di assegnare punti sulla tessera in base al peso dei rifiuti consegnati.
Oggi accogliamo ulteriori lamentele, questa volta sul calcolo dell’ecobonus. Con la nuova Tares, infatti, per ciascun utente è stato individuato uno standard annuo di produzione di rifiuti, calcolato in base alla superficie e al numero di persone che la abitano. Per avere diritto allo sconto, ogni utente nel 2013 avrà quindi un obiettivo: conferire almeno il 40% in peso dei propri rifiuti portati ai centri di raccolta. L’ammontare dello sconto riconosciuto non potrà comunque essere superiore al 50% della quota variabile della tariffa che quella utenza paga.
«Il problema è proprio nel calcolo di questi standard – ci spiega un lettore che ci ha inviato il prospetto della sua tessera punti –. Noi siamo due residenti in una abitazione di 80 mq. Secondo il Comune alla fine del 2013 produrremo 1216 kg di rifiuti e quindi, per ottenere lo sconto, dobbiamo differenziarne 486 kg. Noi siamo molto attenti alla differenziata – aggiunge – tanto che dal 1° gennaio al 1° agosto abbiamo effettuato 40 accessi alle isole ecologiche portando 294 kg di rifiuti. Nonostante i nostri sforzi, è impossibile a fine anno raggiungere il tetto imposto dal Comune. Domanda finale? Perché allora dovrei continuare a prendere la macchina e perdere tempo per andare all’isola ecologica? Meglio buttare tutto nel primo cassonetto che trovo».
Tetto da raggiungere, quindi, maggiore produzione di rifiuti. Un assunto che viene contestato da un’altra nostra lettrice, Gabriella Bottai. «L'obiettivo di un Comune dovrebbe essere, prima di tutti, quello di produrre meno rifiuti e poi quello di raggiungere la massima percentuale di differenziazione. Il sistema pisano rischia invece di ottenere esattamente il risultato opposto, ovvero, di indurre i cittadini a non differenziare affatto perché consapevoli dell'impossibilità di raggiungere l'obiettivo. Con il tetto standard – sottolinea ancora la signora Bottai – si genera il paradosso che chi produce grosse quantità di rifiuti può superare con relativa facilità la soglia del 40%, conferendone una bassa percentuale; mentre chi produce una minore quantità non raggiungerà mai la soglia. Insomma si premia chi produce più rifiuti». La nostra lettrice propone di sposare il cosiddetto “sistema Capannori”; il Comune lucchese, infatti, è stato il primo in Italia che, nel 2007, ha aderito alla “rete internazionale dei rifiuti zero” per l'abbattimento dei rifiuti entro il 2020. «A Capannori – conclude Gabriella Bottai – si avvantaggia (e lo si premia anche se conferisce meno del 40%) chi produce pochi rifiuti adottando una tariffazione puntuale con cui viene misurata la quantità di rifiuti indifferenziati».
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