Il Tirreno

Pisa

Corse vinte con il doping rischiano il processo in 23

di Pietro Barghigiani
Corse vinte con il doping rischiano il processo in 23

Fissata a fine mese l’udienza dal Gip per valutare le richieste della Procura Ma a sette anni dall’inizio delle indagini incombe il rischio prescrizione

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PISA. L’inchiesta è partita con i fuochi d’artificio. Poi ha perso vigore in un gioco dell’oca di incompetenze territoriali. Ora rischia di spegnersi a causa di uno dei mali della giustizia italiana, la prescrizione.

Verso la prescrizione. A distanza di sette anni dall’avvio delle indagini su un giro di scommesse e doping nell’ippica, il 24 settembre si terrà l’udienza preliminare davanti al Gip del Tribunale di Potenza. Sono 23 le persone per le quali la Procura lucana ha chiesto il rinvio a giudizio. A parte i tre considerati i promotori di quella che viene considerata l’associazione a delinquere per falsare i risultati delle corse, gli altri indagati galoppano sereni verso il traguardo della prescrizione.

Nel corso dell’udienza del 24 se non sarà la Procura a sollevare un’eccezione di incompetenza territoriale, saranno i legali degli accusati a far presente al gip che Potenza non la presunta consumazione dei reati e con le contestazioni che negli anni sono rimbalzate tra Lucca, Roma e il capoluogo della Basilicata.

Le accuse. Non solo doping per truccare le gare. I cavalli favoriti venivano "frenati" dai driver in combutta con gli scommettitori per far vincere i concorrenti meno quotati e passare all'incasso appena il sulky su cui avevano puntato tagliava a sorpresa (per tanti ma non per tutti) il traguardo. L'ipotesi dei pm è che almeno nove tris (tra Roma, Trieste, Foggia, Torino, Firenze, Bologna, Modena, Padova) dal dicembre 2006 al giugno 2007 siano state controllate da una sorta di associazione a delinquere composta da driver, allevatori, scommettitori, veterinari e titolari di laboratori di analisi. Nove corse tris truccate e 27 le gare sospette. Le somme vinte potevano andare dai 15mila ai 30mila euro con puntate pagate 85 volte la giocata al botteghino.

L'inchiesta. L'operazione nasce nel 2006 come costola di una vecchia indagine aperta dalla Procura della Repubblica di Potenza condotta all'epoca dal pm John Woodcock sull'erede di casa Savoia, Vittorio Emanuele, nel ruolo di vittima di una truffa architettata da personaggi residenti in Versilia (di qui il trasferimento del fascicolo al Tribunale di Lucca che poi lo ha girato a Roma e da qui è tornato a Potenza) sull'acquisto di case, ville e auto da aste giudiziarie a prezzi di favore. In realtà dopo aver incassato l'anticipo i truffatori sparivano dalla circolazione. Dalle intercettazioni telefoniche di quell'indagine gli inquirenti ritennero di aver capito come venivano, in parte, reinvestiti i proventi dell'attività truffaldina: nelle gare ippiche truccate. Nel dicembre 2008 il blitz della polizia con decine di perquisizioni tra case, maneggi e ippodromi.

I ruoli. A leggere l'atto di accusa della Procura a muovere i fili della presunta associazione a delinquere sarebbero stati Enrico Bellei, driver, Klaus Holger Elhert, allenatore di cavalli e Pier Marino Ardenti, ex imprenditore del settore auto ritenuto il «responsabile finanziario della gestione e dell'effettuazione delle scommesse illecite, materialmente proibite agli addetti ai lavori e il destinatario di informazioni relative agli illeciti accordi con allevatori, allenatori e guidatori di cavalli, volti a predeterminare illegalmente il loro ordine di arrivo nelle competizioni ippiche». A loro viene contestata anche l’associazione a delinquere. Tradotto: prescrizione più lontana. Ma a più di due anni dall’avviso di chiusura delle indagini - giugno 2011 - Tribunali e avvocati devono capire dove e quando si svolgerà il processo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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