Sicurezza
«Io, Stenterello, fui salvato dal mio cane che mi protesse»
L’episodio accaduto vicino alla Chiesa di Sant’Antonio ebbe come protagonista Sergio Freggia che in questa pagina rievoca quei drammatici momenti mentre la città bruciava il 31 agosto
di SERGIO FREGGIA
Il. 31 agosto ‘43, un giorno maledetto, la città subì la sua grande tragedia, un bombardamento a tappeto da parte degli Alleati. Stenterello ne fu vittima e testimone.
Si trovava nei pressi della stazione dove rimediava più spiccioli legati al transito continuo delle persone che vi si dirigevano e ne uscivano.
Improvvisamente, il suono tagliente e lugubre delle sirene si fece sentire.
Molta gente prese a correre per raggiungere le proprie abitazioni, ma, come sempre, non era un precipitarsi convinto. Rimaneva, infatti, in molti cittadini l’idea che la città sarebbe rimasta immune dalla furia distruttrice alleata e tedesca.
I tanti, che si affidavano all’ancora della cultura, furono traditi nella loro fiducia e a migliaia, quel giorno infernale, persero la vita.
Il rombo sordo delle fortezze volanti prese sempre più consistenza fino a diventare assordante. Finalmente la gente di Pisa si rese conto che non era salutare continuare a sfidare il fato. Si capì che questa volta i bombardieri alleati erano diretti sulla città.
Agli occhi di Stenterello quella fiumana di persone, che troppo tardi si riversava in strada, sembrava un formicaio. Dalle case la gente uscì gridando e chiamandosi. Macchine, camioncini, carrozze, carri ingorgavano le strade i clacson e le urla si sovrapponevano e il terrore ora attanagliava le gole della gente impazzita.
La folla terrorizzata cercò scampo nelle periferie spargendosi nelle campagne.
Il cielo si oscurò; la flotta aerea, prima invisibile, si presentava ora agli occhi del bambino come un’enorme massa scura da dove cadevano centinaia di oggetti che calavano sulla città, devastandola.
I cavi della corrente mandavano bagliori e scintille ogni volta che erano tranciati dalle bombe. Dalla stazione si alzarono lingue di fuoco. Il caos, che si era creato intorno a Stenterello, lo immobilizzò. Sentiva le gambe come di legno, ma con la forza della disperazione riprese a muoversi e, fatti pochi metri, sentendo le urla di una donna, si fermò come se si fosse risvegliato da un sogno.
Cercò il punto da dove veniva quel lamento. Si avvicinò per dare un aiuto alla poveretta che aveva le gambe imprigionate sotto un pezzo di parete, ma quella gli urlò di non pensare a lei e di mettersi in salvo. Furono le sue ultime parole: un'altra parte di parete si staccò e la seppellì.
Stenterello corse via urlando per lo spavento. I cani non lo lasciarono e si strinsero a lui come a proteggerlo. Le macerie lo circondavano e una grandine di pietrisco lo martellava in tutto il corpo. Il piccolo ebbe la certezza di morire travolto da quelle gigantesche pareti che si abbattevano al suolo scagliando pietre in tutte le direzioni.
Non aveva la possibilità di uscire da quel travaglio, quindi si rannicchiò in un angolo fuori della chiesa di Sant’Antonio abbracciato ai suoi amici che, pur tremanti dal terrore, non lo lasciavano. Prese a piangere. Urlando istericamente, chiamava la sua mamma. Il fumo e la polvere lo soffocavano. Le strade erano invase dalle macerie e dai molti cumuli uscivano lamenti e grida. Morti e feriti erano ovunque e in mezzo a tutto quel frastuono Stenterello fu preso dall’angoscia.
Il fuoco regnava sovrano. I palazzi continuavano a franare, roboanti, uno a ridosso dell’altro come castelli di carta.
La terra tremava senza posa.
Improvvisamente uno scoppio tremendo lo lasciò stordito e sordo, mentre lo spostamento d’aria lo sollevò da terra e lo gettò a diversi metri di distanza, coperto da calcinacci e da un nuvolo enorme di polvere e fumo.
Il bambino si rimise in pochi minuti dalla caduta, ma uno dei cani che l’affiancava, Lilli, rimase a terra colpita da una scheggia che l’aveva uccisa sul colpo. Alla vista della sua amica morta, Stenterello dette di stomaco, poi si inginocchiò su di lei e prese a gridare il suo nome con l’intenzione di svegliarla. Quell’umile bestiola gli aveva salvato la vita, poichè il frammento della bomba lo avrebbe ucciso se il cane non l’avesse coperto con il corpo.
Un gruppo di persone in fuga, notando che il bambino era solo e coperto di sangue, lo prese di peso sfidando l’ira dei due cani sopravvissuti che non volevano che il bimbo si allontanasse da Lilli. Alla fine i cani capirono le buone intenzioni di quegli sconosciuti e si rilassarono.
Il gruppo raggiunse il Lungarno e si fermò al riparo dalle schegge sotto la volta di un palazzo che si affacciava sul fiume.
Il frastuono delle bombe cessò.
I soccorsi cominciarono ad arrivare, le sirene delle ambulanze e dei pompieri annunciavano ai molti feriti gravi una speranza di vita. Chi si era salvato girava in mezzo a quella devastazione in cerca dei sopravvissuti per dare il proprio aiuto. Sui Lungarni centinaia di persone inebetite dal dolore si disperavano per la perdita dei congiunti; altre, rimaste intrappolate dai crolli, continuavano a urlare da sotto le macerie.
Agli inizi del bombardamento chi possedeva animali aveva cercato di aprire le stalle per salvarli. Molti capi di bestiame, però, avevano trovato la morte e i loro cadaveri erano sparsi ovunque, mentre altri si aggiravano feriti. Quelli che si erano salvati sembravano impazziti e vagavano cercando di fuggire dal tumulto.
Il bambino sperava che il nonno e la signora fossero stati messi in salvo dai volontari, ma aveva desiderio di abbracciarli, pertanto ringraziò i suoi soccorritori e si diresse verso il rifugio antiaereo più vicino, quello di Porta a Lucca.
Grandi erano in lui la confusione e la stanchezza. Non riuscì a farsi largo tra la folla e le macerie, e in silenzio cominciò a piangere. Nessuno lo notava, nemmeno coloro che erano addetti ai soccorsi; rimase così solo e deluso.
Passarono molte ore e, nel buio della notte, il bambino, provato dagli eventi, osservava in piedi sulla spalletta dell’Arno la sua città che bruciava.
Le fiamme sinistre e terribili illuminavano a giorno gli scheletri di palazzi fumanti.
Anche la Cittadella aveva subito l’offesa delle bombe, era un ammasso di rovine, avevano retto solo alcune case di proprietà del Comune, compresa quella di Stenterello.
Per le strade, alla luce di torce elettriche e lumi a petrolio, continuava il correre dei barellieri e dei volontari che, con teli di fortuna, trasportavano i feriti in direzione dell’ospedale, seguiti da carri trainati da cavalli e carretti spinti a mano, carichi di morti. In lontananza si udivano cannonate che raggiungevano la città creando altre vittime e macerie.
Era ormai mezzanotte, quando Stenterello raggiunse finalmente la sua abitazione. Era vuota.
Disperato, pieno di contusioni e coperto dal sangue della Lilli, si buttò sul materasso seguito dai cani che si accovacciarono ai piedi del letto. Preso dallo sconforto e dalla paura di risentire il rumore dei bombardieri, cercò di resistere al sonno; infine crollò in un pianto liberatorio, cui seguì un senso di pace che mise fine al suo dolore.
La tragedia si presentò ai primi albori davanti agli occhi attoniti dei sopravvissuti con tutto il suo orrore. Fu una mattanza.
Gli Alleati avevano spento migliaia di voci, seppellite da tonnellate di macerie. Buona parte della città era stata spazzata via in nome di un’alleanza che, ovunque in Italia, per un eccesso inutile, seminò morte e distruzione con incoscienza aberrante.
Dopo due giorni il nonno e l’anziana donna furono riportati a casa con un’ambulanza militare. Erano salvi e, quando videro il bambino, gridarono al miracolo nel ritrovarlo vivo, e non riuscirono a trattenere le lacrime.
Era stata una fortuna che Stenterello non si fosse allontanato da casa dopo il bombardamento, infatti al rientro in città molti sfollati avevano trovato le case distrutte o occupate da disperati rimasti senza un tetto. Era nata una guerra tra poveri.
Alcuni giorni dopo la tragedia, presso il teatro Verdi, la Croce Rossa distribuì aiuti a tutti i bisognosi della città, cibo e sovvenzioni in denaro, secondo il numero dei componenti delle famiglie. I soccorsi continuarono ad arrivare da quella parte d’Italia che si era salvata. Gli Alleati e i Tedeschi continuarono a bombardare e a cannoneggiare la città per diversi mesi.
Morti e feriti non si contavano più e parte della storia pisana se n’era andata con il rombo degli aerei e il silenzio dei cannoni.
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