Sicurezza
Il terrore, le esplosioni, i crolli centinaia di vite spezzate
Un’altra serie di racconti scritti dai lettori del “Tirreno” per ricordare il 31 agosto di 70 anni fa quando gli aerei degli americani attaccarono Pisa seminando distruzione e morte
Mi misi a contare
le fortezze volanti
Sono nato a Calcinaia il 15 aprile 1933 e il 31 agosto del ’43 abitavo ad Oratoio, località Tre Cancelli all’estrema periferia est di Pisa. Verso l'ora di pranzo sentii in avvicinamento un forte rumore di motori di aerei, guardai il cielo e ne vidi tanti, mi misi a contare le cosiddette fortezze volanti… persi il conto da quante erano… prima passarono sopra di noi, ma non buttarono bombe, poi dopo sparirono in direzione del mare, facendo un giro molto ampio, perché un po’ più tardi le rividi spuntare dalle colline pisane con direzione Pisa. E poco dopo iniziò l'inferno; un frastuono, un trambusto, un putiferio, decine e decine di boati che dimenticare è impossibile. Vista la mia giovane età, quelle immagini mi sono rimaste impresse in modo indelebile. Poi, come d'incanto, finì tutto con la stessa velocità con cui era iniziato. Il ricordo, sempre presente e lucido, è di tanta gente che partì per Pisa alla ricerca dei propri cari, tanti non furono più trovati vivi. E pensare che pochi giorni dopo fu firmato l’armistizio, a dimostrazione che di quella carneficina non c’era bisogno e poteva essere evitata. Ma queste purtroppo sono le guerre, con il loro inutile sacrificio di sangue.
Rodolfo Tamberi
Nara trovò la morte
lungo il fiume
«Zia Odette ci racconti di nuovo della guerra? Cosa successe quel 31 agosto 1943?». Una lacrima le scende lungo il viso, ancora bello benché solcato dalle rughe della vecchiaia. «Eravamo sfollati a Calci noi fratelli più piccoli con la mamma, mentre Nara, la nostra sorella più grande (di 21 anni), era rimasta in città con il babbo e la nonna. C’era anche un’altra sorella, Loretta, che faceva la staffetta per i partigiani in montagna. Nara era triste perché il suo bel fidanzato Ottorino era morto tre mesi prima in un bombardamento (era un ufficiale della Regia Aeronautica). Era rimasta in città perché, se avesse lasciato il lavoro alla Marzotto, l’avrebbero licenziata, e nonostante le proteste della mamma, era voluta rimanere a casa. Con lei c’erano il babbo, che era in servizio alla stazione centrale, e la vecchia nonna, sorda. Anche quel giorno, come tutti gli altri, Nara si preparava per andare al lavoro nel pomeriggio. Il babbo era in stazione dalla mattina e sarebbe ritornato solo in serata. Mentre era in casa con la nonna (abitavamo a Porta Fiorentina) iniziarono a suonare le sirene per dare l’allarme dei bombardamenti. La nonna, che stava sistemando la cucina, non sentì niente e continuò intenta il suo lavoro. Nara era spaventata, si rivolse alla nonna dicendole di uscire di casa perché erano in pericolo, ma l’anziana temeva che fuori sarebbe stato peggio e decise di rimanere in casa. Nara uscì e si mise a correre lungo la riva dell’Arno. Non sapeva dove andare, scappava via, aveva paura e rivide, in quel momento, tutta la sua vita scorrerle davanti agli occhi come in un film. Correva, ma la morte fu più svelta di lei e la trovò proprio lì, lungo il fiume, dove aveva trascorso piacevoli e spensierati momenti di felicità con la sua famiglia e con il suo fidanzato. E allora io voglio credere che lei, nell’ultimo istante della sua vita, prima di venire schiacciata da quel maledetto cancello scardinato da una bomba, abbia visto il suo Ottorino che la chiamava. Aveva sul volto, infatti, un leggero sorriso, così ci disse il parroco di San Marco che la ritrovò e la ricompose per il funerale. Così me la voglio ricordare. Sempre sorridente, con le caramelle in tasca per i suoi fratellini più piccoli, una carezza al momento giusto e pronta a mettere una parola buona con la mamma e il babbo. Non potrò mai dimenticare il suo sacrificio, perché volle rimanere in città per non perdere il lavoro e aiutare la sua numerosa famiglia.
A Calci pensavano che il babbo non ce l’avesse fatta, perché la stazione dei treni venne rasa al suolo. Invece riuscì a scampare alle bombe nascondendosi sotto un vagone.
Nara è sepolta al cimitero suburbano dove riposano i morti di guerra, insieme al suo Ottorino.
È lì che l’avete conosciuta, ma la sua anima è in alto e da lassù veglia su di noi. Il suo ricordo non deve scomparire».
Cinzia Davini
Corpi maciullati
sotto le macerie
Come ogni giorno feriale mio padre era al lavoro nel suo Ufficio di Banchi la mattina del 31 agosto 1943. All'ora della pausa pranzo suonò l'allarme e lui, anziché andare alla trattoria abituale, che si trovava in Corso Italia dove ora c'è via Pascoli, decise di andare, in bicicletta, a pranzare in una casa sulla via Calcesana, dove aveva trasferito la famiglia, che aveva la residenza in via D'Azeglio, allora troppo pericolosa perché vicina alla stazione. Era appena arrivato a destinazione quando la terra cominciò a tremare come ci fosse un terremoto, e un rumore sordo e continuo fece uscire sulla strada i miei genitori per capire cosa stesse succedendo. Con stupore e paura videro a pochi km di distanza una densa nube grigionera alzarsi su Pisa, immaginando quanto di terribile avveniva. Quando la nube divenne più sfumata e la terra smise di tremare, cominciò un'accesa discussione tra i miei genitori: mio padre voleva tornare subito in città per vedere cosa era successo al suo ufficio e alla nostra casa di via D'Azeglio, mentre mia madre lo supplicava di non andare. Infine, quando giunsero anche a Colignola le prime testimonianze della carneficina e della distruzione della zona della stazione e di Porta a Mare, mio padre, senza sentire ragioni, inforcò la bicicletta per andare a Pisa e così potè assistere allo spettacolo più impressionante della sua lunga vita (così ha sempre detto).
L'ufficio era stato risparmiato dalle bombe, ma percorrendo l'allora via Vittorio Emanuele, dove era la trattoria dove avrebbe dovuto recarsi a pranzare, c'era solo un cumulo di macerie.
Giunto in piazza D'Azeglio si rallegrò tra sé perché la nostra casa era in piedi (in realtà il tetto era stato colpito in pieno e sfondato da una bomba). Proseguendo verso la stazione il dramma divenne più evidente.
Centinaia di persone frugavano con le pale e con le mani tra le macerie dei palazzi crollati da dove venivano estratti molti corpi maciullati, tra pianti e lamenti dei presenti, tutti coperti di polvere e macchie di sangue sui vestiti. Mio padre, quando raccontava questa scena, aggiungeva, con profonda angoscia e vergogna come se la rivivesse, che non ebbe il coraggio di fermarsi per aiutare quei disgraziati ma, con il nodo alla gola e le gambe tremanti, «veloce come Bartali» (così diceva), era ritornato a Colignola con la speranza che almeno quello fosse l'ultimo atto di guerra vissuto, in quanto da tempo si parlava di armistizio. Invece quello scempio di corpi e case fu solo l'inizio di una vergognosa guerra civile che sarebbe durata venti mesi!
Virgilio Barachini
Mio cugino
ci salvò la vita
Quel maledetto 31 agosto 1943 avevo quasi sei anni, i miei genitori 43 e mio fratello 12. Quando gli americani bombardarono Pisa, io abitavo in via Fiorentina. Quando cominciarono a cadere le bombe, mia madre fu svelta a gettarci sotto il marmo dell’acquaio prima che le macerie ci cadessero addosso. Mio padre e mio fratello si salvarono perché si gettarono in una cava sull’Arno dove veniva estratta la mota per fare i mattoni. A salvarci dalle macerie accorse mio cugino Oberdan.
Aveva 19 anni e divenne partigiano. Dopo 10 mesi dal fatidico 31 agosto era con un gruppetto di loro a Guardistallo. I fascisti fecero la spia ai tedeschi che presero i partigiani e li condussero in una vallata. Qui li trucidarono insieme ai civili che li volevano proteggere. I miei genitori fuggirono al Piaggione di Lucca dove non avevano niente per mangiare. Io ho vissuto a farinata dolce di castagne e latte.
Siria Giannecchini
Quella cartolina
inviata da Marina
Conservo copia di una cartolina postale datata 24 settembre 1943. Il contenuto riguarda il bombardamento del 31 agosto. Eccolo: «Marina 24 Sett. 1943. Carissimi Sig. Martini, Soltanto oggi abbiamo ricevuto Loro cartolina e quindi rispondiamo con ritardo ringraziando infinitamente per il Loro interessamento. Al momento dell'incursione che è stata terribile, Aristodemo si trovava sul piazzale della Staz. Ferroviaria che è stata completamente devastata; è vivo per miracolo perché ha fatto appena in tempo a rifugiarsi dentro a un portone. Noi eravamo a Marina che lo attendevamo per desinare; udimmo distintamente il fragore delle bombe e fuggimmo in cantina con Guia che piangeva disperatamente chiamando il suo nonnino! Non sto a dire la nostra apprensione non vedendolo arrivare col solito trenino delle 13 e dalle prime notizie si seppe che quel trenino era saltato in aria con tutti i viaggiatori! Finalmente alle 16 arrivò a casa a piedi, tutto sconvolto, terrorizzato: la nostra casa di Pisa è salva, non così quella di via della Spina che è crollata completamente come pure in San Marco i miei parenti sono rimasti privi di casa. In sette minuti Pisa è stata distrutta per metà e le vittime ascendono a qualche migliaio. Noi siamo sempre qui a Marina, zona tutt’altro che tranquilla, allarmi continui, batticuore continuo, levatacce continue, tutti fuggono, abbiamo allontanato Adelina e Guia, sono a Castellina da Ida. Noi restiamo, anche perché Aristodemo è mobilitato, non si può muovere; io non lo lascio e siamo rassegnati alla nostra sorte. Che Dio ci assista e faccia cessare questo orrendo stato di cose! Anche a Loro già tanto provati dalla sventura i nostri più cari saluti con un buon augurio di arrivederci se Dio vorrà! Mi salutino pure i Loro parenti. Aff.mi Ester e Aristodemo».
Maria Guya Brunetti
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