Il dolore
Terrore e disperazione nella città in macerie
I lettori del “Tirreno” raccontano l’incursione aerea del 31 agosto di 70 anni fa Molti di loro hanno perso uno o più familiari nel crollo di palazzi e case
Ricordo ancora
l’odore della morte
Il 31 agosto del ’43 mia madre, mia sorella, il mio fidanzato (Giulio T. Sicca, 1920-1991) ed io accompagnammo alla stazione ferroviaria mio zio, Alceste Arcangeli (1880-1965), che tornava a Torino dopo aver trascorso un periodo qui in campagna. Il treno era alle 12 e dopo la sua partenza ci dividemmo: mia madre e mia sorella tornarono a Campo, mentre io mi recai al Liceo Classico a ritirare il diploma di maturità. Poi, accompagnata da Giulio, mi diressi verso l’appartamento di famiglia in Piazza Carrara per controllare che tutto fosse a posto. Il bombardamento mi colse lì, all’improvviso ma fortunatamente vicinissimo al rifugio dell’Intendenza di Finanza. Mentre ci precipitavamo giù dalle scale, scosse dal fragore e con gli scalini che letteralmente si muovevano come in un violentissimo terremoto, emerse dall’appartamento del prof. De Negri, la domestica, che era sola in casa e terrorizzata. Si avvinghiò al collo di Giulio impedendogli di muoversi e rendendo la discesa dalle scale e il raggiungimento del rifugio antiaereo una vera impresa. Riuscimmo a trascinarcela, ma sembrò di finire in un nuovo girone infernale un po’ perché mancava lo spazio, un po’ perché le donne rifugiate urlavano e piangevano. Giulio si era laureato in Medicina e chirurgia il 2 luglio 1943 e subito era entrato come assistente volontario in Clinica medica, diretta allora dal prof. Galdi; si guardò bene dall’entrare nel rifugio ma si diresse immediatamente verso l’ospedale. Raccontò poi che i feriti arrivavano così numerosi che non era possibile ricoverarli nelle cliniche, ma furono sistemati fin nei giardini del Santa Chiara. Alla fine della giornata andammo alla stazione a vedere che cosa era rimasto in piedi; ma di quel passaggio dalla parte di Tramontana a Mezzogiorno, che già da sé fu dolorosissimo, ho un unico terribile ricordo: l’odore della morte che colpiva quasi più della distruzione della città.
Lorenza Sicca Arcangeli
Mi rifugiai
nel Palazzo Cevoli
Nel 1943 avevo 5 anni. Il mio babbo era militare a San Pietro del Carso e poi a Voghera, io con la mia mamma abitavamo presso i nonni materni ai Bufalotti, sul viale Gabriele D’Annunzio, ci sentivano più sicuri che abitare in città. Il 17 luglio sempre del 1943 la nostra famiglia subì una grave disgrazia: lo zio Gino Bullo, marito della zia Tosca, sorella di mamma, con il babbo ed un fratello morì in mare di fronte a Marina di Pisa. A causa di una mina impigliata nelle reti, la loro barca da pesca saltò in aria; lasciò cinque figli piccoli e la moglie in attesa del sesto. Il 31 agosto mamma mi portò a Pisa (prendendo il tramino da San Piero) dai nonni paterni i quali abitavano in un appartamento in via San Lorenzino che si affacciava a est in via San Martino ed a ovest in Piazza della Pera ove la nonna gestiva un banco di frutta e verdura. All’ora di pranzo verso le ore 13 improvvisamente suonò l’allarme, si sentì subito il rumore degli aeroplani e lo scoppio delle bombe. Scendemmo in strada e ci rifugiammo nell’ingresso molto grande del Palazzo Cevoli fortificato con travi in via San Martino di fronte alla via San Lorenzino. Finito il bombardamento, la mamma mi portò ai Bufalotti passando dai lungarni. A Porta a Mare le case erano rase al suolo, lungo la strada vi era una stesa di lenzuola bianche che ricoprivano i morti estratti dalle macerie.
Romano Bedini
Quelle voragini
nell’asfalto
Abitavo in via del Borghetto con la mia famiglia; verso le 13 del 31 agosto sentimmo l’allarme, ci precipitammo alla finestra della camera per vedere cosa stesse succedendo. Credevamo che fosse un falso allarme, invece improvvisamente una moltitudine di aerei oscurò il cielo di Pisa, a tal punto che sembrava notte. Noi ci mettemmo al riparo in uno scantinato sulle Piagge, nel palazzo del prof. Pelosini. La paura era tanta, non sapevamo cosa stesse accadendo. Ad un certo punto sentii il rumore sordo delle bombe: ancora oggi, a 98 anni, il solo ricordo mi fa rabbrividire. Nel cadere, le bombe crearono delle voragini nell’asfalto e le persone venivano sbalzate in Arno. Alle Piagge, dove ora ci sono i vigili del fuoco, c’erano tutti i morti, mentre accorrevano i soccorsi con le portantine che trasportavano i feriti, erano i volontari della Misericordia
Solidea Giovannetti
Non c’era luogo
dove sentirsi sicuri
Avevo 18 anni quando Pisa venne bombardata. Ero a Marina con mia sorella, quando un nugolo di aerei arrivò dal mare dirigendosi verso la città. Gli aerei volavano bassissimi. Abbiamo avuto tanta paura e non capivamo cosa stesse succedendo, però quando abbiamo sentito il rumore delle bombe che cadevano abbiamo immaginato che stessero bombardando Pisa. Da lontano vedevamo tutto il fumo nero salire in cielo. Siamo fuggiti nello scantinato di un palazzo vicino, ma non c’era luogo dove ci si sentisse al sicuro.
Renata Grazzini
Persi tutto ciò
che avevo
Avevo 19 anni, ero a casa con i miei genitori e mia sorella e stavamo pranzando. Abitavamo in via Battisti. Gli aerei sorvolavano la città a bassa quota, sperimentando su Pisa il bombardamento a tappeto. Io con la mia famiglia fuggimmo verso il rifugio alla Chiesa di S. Antonio. Quando arrivai, però, ero sola, mia sorella non c’era più, era morta a causa di una bomba. Nel rifugio non c’era più posto, quindi mi gettai a terra per evitare che lo spostamento d’aria delle bombe mi investisse. Finito il bombardamento tutte le persone che erano nel rifugio stavano morendo perché il terreno vicino, smosso dall’impatto della bomba, li stava sotterrando. Vedevo le mani chiedere aiuto in mezzo a un mare di terra. Una bomba mi ha sfiorata e sono rimasta gravemente ferita a un piede; i tedeschi mi hanno portato in ospedale, e in clinica del prof. Baggio mi hanno salvata. È stato un momento tragico, durante il bombardamento abbiamo perso anche la nostra casa e tutto quello che avevamo.
Licia Gabrielli
Pensavamo fosse
un falso allarme
Il 31 agosto 1943 avevo 13 anni. All’epoca lavoravo come apprendista presso il Garage Pasolini, situato all’inizio del viale Regina Margherita. Anche quel giorno la sirena suonò e ci recammo alle Piagge: essendo aperta campagna, pensavamo di essere al sicuro. Non udendo niente ci convincemmo di un falso allarme e tornammo al garage. Cominciarono a bombardare dopo circa 40 minuti. Io e altre due persone decidemmo allora di rifugiarci nella buca utilizzata dai meccanici per aggiustare le macchine, riparandoci sotto una di esse. La rimessa era lunga circa 15-20 metri, e noi eravamo nascosti nella parte finale. La bomba cadde nella prima metà portandosi via mezzo garage e lasciando intatta la nostra parte. Attesi terrorizzato tra la polvere, e, quando le esplosioni cessarono, uscii dalla buca e cominciai a farmi largo tra le macerie, a tentoni, con un pezzo di camicia sul volto per respirare. Mi incamminai lungo il viale Regina Margherita: attorno a me persone morte o sofferenti.
Cesare Cordoni
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