Toscana
La folle corsa nei rifugi antiaerei per salvarsi dalle esplosioni
La stazione centrale fu devastata dagli ordigni degli alleati, numerose le vittime tra i ferrovieri Un lettore: «Mio nonno credette di riconoscere mio padre tra i cadaveri, per fortuna non era così»
Io e il mio amico
nascosti nelle fosse
La mia famiglia abitava da sempre in Barbaricina e nell’anno 1943 mio padre Artilafo lavorava come operaio vetraio in Saint Gobain. Io avevo 9 anni. Nell’agosto del ’43, precisamente il 30 del mese, insieme al mio grande amico Luigi, di 10 anni, figlio di Amore, anch’egli operaio della Saint-Gobain, ci recammo ad assaggiare fichi laddove ci aveva indicato Orfeo (un altro grande amico). Nel tornare a casa ci rendemmo conto che era iniziato il raccolto del grano. Nei campi erano rimaste per terra diverse spighe che avremmo potuto raccogliere e portare a casa. Poiché non avevamo i necessari contenitori, decidemmo di tornare l’indomani per assaggiare i fichi e con le borse per raccogliere le spighe. Fu così che martedì 31 agosto 1943, verso le ore 10, ci ritrovammo, io e Luigi, in prossimità del rifugio antiaereo (?!) che gli uomini della corte nella quale abitavo avevano costruito con traversine di ferrovia e tavole e che veniva riempito di gente (specialmente di noi ragazzi) ad ogni suono di sirene. Ci incamminammo quindi verso il fico e cominciammo la degustazione di quei frutti meravigliosi. Successivamente cominciammo a spigolare incamminandoci verso casa passando nella zona compresa fra la via delle Lenze e la tenuta Reale di San Rossore. A un certo punto, dopo il suono delle sirene d’allarme, cominciammo a vedere un’infinità di aerei che, a bassissima quota, procedevano verso la città. Dopo pochi attimi il rumore dei motori fu spaventosamente superato da quello delle esplosioni delle bombe che gli aerei cominciarono a sganciare su Pisa e, specialmente, su Porta a Mare dove sia il mio babbo che quello di Luigi si trovavano a lavorare. Noi due, muovendoci gattoni nelle fossette dei campi anche dopo che il bombardamento aveva avuto termine, raggiungemmo il rifugio da cui eravamo partiti. Da qui Luigi si diresse verso casa sua proprio mentre io vidi il mio babbo, con la faccia sporca, con una bandana bisunta in capo e con gli occhi fuori dalle orbite, che arrivato di corsa, sano e salvo, dalla Saint-Gobain, era salito sulla montagnola di terra posta sul rifugio e stava guardando verso le colonne di fumo sprigionatesi nella zona di Porta a Mare. Quando mi vide, mi abbracciò con forza e con affetto. Successivamente raccontò che mentre attraversava, per raggiungere la nostra casa, le rovine del Ponte dell’Impero, crollato sotto le bombe, ebbe modo di vedere un uomo in ginocchio a cui mancava la testa ed un braccio. Il giorno dopo si seppe anche che Amore, il babbo di Luigi, era morto nel bombardamento della Saint-Gobain.
Roberto Mammini
Cosa ha cambiato
in noi la guerra?
Sirio, mio padre, era ferroviere alla stazione di Pisa Centrale. Quella mattina era di servizio, dalle 7 alle 13. Verso mezzogiorno suonò l’allarme e tutti si trasferirono nei rifugi, poi suonò il cessato allarme. Quando rientrò in stazione mancava poco all’una ed erano già arrivati i colleghi a dare il cambio. Mio padre lasciò le consegne e si salutarono. Prese la bicicletta per tornare a casa, a Riglione. Era ancora al Portone, quando sentì le bombe. Non gli restava altro che spingere sui pedali più che poteva, i suoi colleghi non li vide più. Mio nonno Carlo sapeva che lui era in servizio, corse alla stazione per cercarlo. Credette di riconoscerlo fra i cadaveri e venne a Riglione, con la disperazione addosso. Mia madre neppure un mese prima aveva partorito una bambina e sarebbe stata una tragedia nella tragedia. Lo trovò vivo e fu un momento di sollievo, in quel disastro.
Questa storia mi è stata raccontata poi, non ho immagini di quella giornata. Avevo sei anni ed ero in vacanza, dopo il primo anno di scuola elementare. Ho altri ricordi, legati a quei giorni. Per esempio che eravamo rimasti per un po’ di tempo senza mele cotte.
Spazzolino (non ricordo il nome vero) era l’uomo che cuoceva le mele, le metteva su un carretto e tutte le mattine faceva il giro del paese. Immagino che non riuscisse a guadagnare molti soldi, con quel mestiere, però si era comprato una radio potente e la metteva a tutto volume per ascoltare l’immancabile bollettino di guerra, sempre vittorioso. Ho in mente la sua figura, quando si metteva in vista, nella corte di via Caprera, e intanto si tirava su con entrambe le mani i pantaloni che gli scivolavano dalla pancia rigonfia: «Vedete?». Mi è rimasta impressa anche una frase, dopo il bombardamento, che sentivo ripetere e ho capito poi, insieme con la questione delle mele cotte: «Ma Mussolini lo abbiamo mandato via! Allora ce l’hanno con noi!». Ce l’avevano con noi? Non lo so. I bombardamenti a tappeto sulle città distruggevano tutto e massacravano tutti, senza distinzione. Colpivano obiettivi civili e quindi noi. Lo sgomento di quel giorno fu intendere che noi non contavamo niente. Un metro di binario messo fuori uso valeva più delle nostre vite, per chi stava lassù. Ho invece ricordi vivi delle repliche che vennero dopo il 31 agosto. Delle fughe nei campi, quando suonava l’allarme, degli aerei che avanzavano e delle bombe che cadevano, ho nella memoria immagini che non mi hanno lasciato. Una volta le “fortezze volanti” ci erano già passate sulle teste e vedevo avanzare fra gli alberi i bagliori delle esplosioni.
«Quando va giù quel cipresso tocca a noi», dissi, e questa frase fu ricordata a lungo anche da chi era con me. Vorrei descrivere che cosa prova un bambino investito dalla guerra ma non so trovare le parole. Di certo i bambini rimuovono subito la paura e si adattano rapidamente a tutte le situazioni.
Tutto diventa la loro vita presente. Ci tenemmo la guerra addosso ancora per più di un anno. Le rovine, gli sfollamenti, la paura delle deportazioni, le morti, i feriti, anche in famiglia, la perdita dei compagni di gioco da un giorno all’altro, diventavano vita ordinaria. Come siamo cambiati, che cosa la guerra ha ucciso dentro di noi, noi bambini che siamo rimasti vivi, non si può dire.
Piero Pierotti
Le bombe del 31
furono solo le prime
31 agosto 1943. 70 anni fa. Abitavo in piazza Chiara Gamabcorti, più nota come Piazza La Pera, dove allora c’era il mercato con i banchi di frutta e verdura. E, come ogni giorno, il figlio di una fruttivendola, Terzo, se ne era andato al lavoro alla Cmasa a Marina. Non tornò. Il giorno del bombardamento avevo fatto, al posto della mia mamma, la "coda" per il carbone in Via San Bernardo, dalla Bocca che vendeva il carbone e d'inverno cuoceva le verdure. Proprio di fronte al bar di Nello Casarosa, che aveva la radio accesa per il bollettino delle 13. Era suonato l'allarme ma, dato che spesso non succedeva nulla, le persone avevano continuato chi a lavorare, chi a pranzare. Un minuto dopo l'inferno. Risento il rumore assordante delle "fortezze volanti" che iniziarono a sganciare le bombe e rivedo la mia mamma, rimasta in casa a preparare il pranzo, scendere di corsa a cercarmi mentre le andavo incontro gridando. Scappammo verso il più vicino rifugio, quello sotto l'orologio in Ponte di Mezzo, che in seguito fu bombardato. Di rifugi ne praticammo tanti: il Giardino Scotto, la Porta del Parlascio e anche uno vicino al Ponte della Fortezza, proprio dove ancora oggi c'è un vuoto, di un palazzo mai ricostruito. Oppure si scappava fuori Porta Garibaldi tra i campi, perché allora non c'erano case. Rifugi, corse, bombardamenti. Quello del 31 agosto fu solo il primo. 70 anni fa ne avevo quasi 10. Tra pochi giorni ne compirò 80, ma quel 31 agosto non lo dimenticherò mai.
Giuliana De Sanctis De Neri
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