Il Tirreno

Pisa

«Addio Tutù, ora sei un angioletto»

di Gianluca Campanella
«Addio Tutù, ora sei un angioletto»

In centinaia ai funerali di Rachele in San Francesco, una suora della scuola legge una lettera in ricordo della piccola allieva

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PISA. Quando alle 15,20 entra nella chiesa di San Francesco la bara bianca con la piccola Rachele Medda, i banchi sono già tutti pieni di persone che si alzano in un omaggio muto. Ma è difficile trovare qualcuno che non abbia gli occhi umidi.

Pierpaolo Medda e Cristiana Manzi, i genitori della bimba morta mercoledì alla piscina comunale, seguono a piccola distanza. A metà della navata, l’abbraccio con le suore della scuola frequentata da Rachele rompe quel silenzio surreale: in tutta la chiesa risuonano i singhiozzi della mamma, che da quel momento toglie gli occhiali da sole e non smetterà più di piangere. I Medda sono una famiglia molto riservata e la gente ha quasi soggezione ad avvicinarsi; persino il sindaco Marco Filippeschi chiede con premura di essere presentato prima di porgere le sue condoglianze; l’assessore alla scuola Marilù Chiofalo cercherà il contatto solo al termine della cerimonia.

Ma a San Francesco c’è mezza Azienda ospedaliero-universitaria e non solo (i genitori sono entrambi psichiatri): tra parenti, amici e colleghi (c’è anche il professor Giovanni Battista Cassano) si forma una processione lunghissima che attende di salutare Pierpaolo e Cristiana. Le persone in fila si abbracciano e si sostengono tra loro, si commuovono in attesa di arrivare dalla coppia. E tutti gli occhi della chiesa sono per la mamma, che in lacrime ringrazia uno alla volta i presenti.

«Perché in queste circostanze? Perché adesso? Dove sei stato Gesù?». Le domande di don Pietro Lotysz, che celebra il rito funebre alle 16, ricalcano quelle che Maria di Betania porge nel passo del Vangelo di Giovanni sulla resurrezione di Lazzaro: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Il prete legge quel brano delle scritture e suggerisce le risposte nella fede: «Gesù è venuto dopo per resuscitarlo e farci vedere che la morte non è l’ultima parola». Ma il dubbio resta: «Dio non poteva fare diversamente?». La morte della piccola «che hai chiamato mentre ancora si affacciava alla vita» sembra e resta assurda.

Dopo l’omelia, una delle suore che vedeva Rachele ogni giorno prima delle vacanze estive che sono state fatali, legge al microfono una lettera per la bimba e la chiama col suo soprannome: «Tutù, minuscolo angioletto». A quel punto qualcuno esce in chiostro per non sentirsi male e sfoga tutto il suo dolore. È facile piangere a un funerale, pensando a chi non c’è più. Alle esequie di Rachele si piange anche e soprattutto per chi resta, cercando di immaginare – senza riuscirci – cosa prova una madre in genere schiva che oggi mostra quelle guance rigate.

Padre Lotysz invita a pregare «per i genitori, perché riescano ad andare avanti»; non ce n’è bisogno: è il chiodo fisso di tutti i presenti che non riescono a staccare lo sguardo da Cristiana. Non è compassione e nemmeno quella morbosa curiosità che a volte l’animo umano riesce a far emergere nei momenti meno opportuni: è solo ammirazione per una donna che sta provando a rincuorare chi invece dovrebbe portare conforto a lei. E quando la messa finisce, non si muove nessuno per qualche lunghissimo minuto fino a quando Cristiana non si alza. Tanti andranno a baciare quella bara bianca, tanti a portare un nuovo abbraccio ai genitori. Don Pietro ha trovato le sue risposte: «La tristezza è grande e viviamo le tenebre del dolore. Ma hai deciso che forse la sua vita era giunta alla sua pienezza e ora Rachele è già con te, è già risorta». La mamma chissà se le ha trovate: di certo da ieri è un po’ più sola. E un po’ più forte.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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