Italia
Imprigionati tra le macerie i cadaveri d’intere famiglie
Il terrore vissuto nell’estate del 1943 raccontato da chi all’epoca era bambino o ragazzo Immagini terribili che neppure lo scorrere del tempo e le traversie della vita hanno cancellato
Negli occhi solo
il terrore
Avevo sei anni appena compiuti. La guerra stava continuando da anni e non se ne vedeva la fine, dicevano gli adulti. Con i miei ero sfollato nei dintorni di Pisa (Cisanello era in aperta campagna, non come adesso che fa parte della città) ospiti delle famiglie Moni e Fruzzetti per sfuggire ai bombardamenti molto intensi e frequenti (54 incursioni!). Alle ore 13 e un minuto del 31 agosto 1943 una grandissima nuvola di bombardieri alleati sganciò su di noi centinaia di bombe che, per forza di inerzia, andarono a cadere nelle zone della stazione ferroviaria, Porta a Mare e l’aeroporto di San Giusto facendo 952 vittime e 1.000 feriti. Udivo i boati e vedevo i bagliori ed il fumo nerastro che saliva e mi univo alle urla di terrore di tutti i nostri vicini. Mia madre abbracciava me e la mia sorellina Liana di un anno, nell’istintivo tentativo di proteggerci. Mio padre, Sergio, da partigiano non diceva mai dove poteva trovarsi. Chissà come stava in pensiero per noi! La storia riporta che gli Alleati vollero dare un “segnale forte” al Governo Badoglio in una fase cruciale delle trattative per l’armistizio che venne firmato subito dopo 3 giorni. Finita la guerra si contarono 1.738 civili uccisi e 54.045 case distrutte o gravemente danneggiate. Naturalmente i numeri che ho riportato li ho appresi da adulto dalle cronache di allora. All’età di sei anni percepivo solo il terrore che traspariva dagli occhi di mia madre Lina.
Tullio Roberto Galletti
Quei piedi
nudi e immobili
Abitavamo in via San Giovannino (l’attuale via Pietro Gori) e per uscire dalla città con le nostre biciclette dovemmo scavalcare il cumulo delle macerie di un palazzo crollato sull’attuale Corso Italia. Ricordo il manto verde che aveva ricoperto la “barriera”, come i pisani chiamavamo la bella Piazza Vittorio Emanuele II, dovuto alla polverizzazione delle foglie degli alberi e delle siepi causata dalle esplosioni. In mezzo a quel verde, dietro un cespuglio, spiccava il giallo di due piedi nudi, ormai immobili. Questa immagine e quella della gente che a piedi o in bicicletta si avviava verso le uscite dalla città a cercare un riparo da eventuali nuovi attacchi dal cielo, sono una pagina tristissima della mia giovinezza. Dopo 70 anni continuo a chiedermi, come mi chiesi allora, quale necessità ci fosse stata per questo crudele bombardamento, proprio alla vigilia dell’armistizio firmato pochi giorni dopo e di cui erano certamente al corrente i capi militari. Ma questa è un’altra storia.
Alberto Tosi
La bomba
inesplosa
All’epoca del bombardamento avevo 18 anni e abitavo nella prima palazzina del 1° viale del complesso Saint-Gobain in quanto mio babbo era impiegato. Lavoravo alla previdenza sociale in corso Italia e quel 31 agosto avrei dovuto mangiare in ufficio con i colleghi per festeggiare un impiegato. E invece poco prima delle 13, in bici, decisi di fare ritorno a casa: era già suonato il primo allarme, ma ormai non ci facevamo caso più di tanto. Nel percorso trovai tutti gli operai che, per la pausa pranzo, rientravano alle varie fabbriche della zona. Arrivata in casa non facemmo neppure in tempo ad accendere la radio, come eravamo abituati a fare, che subito avvertimmo il rombo assordante delle squadriglie; mentre il giorno si rabbuiava e si alzava una fitta cortina di fumo, facemmo appena in tempo a calarci in un rifugio predisposto: eravamo io, mio babbo, la mamma e un signore in carrozzella che non si sa come eravamo riusciti a portare con noi. Uno spaventoso fragore ci fece intuire che il bombardamento era proprio sopra le nostre teste: quanto tempo stava passando? Eravamo paralizzati e quando verso le 16 guardammo fuori. Lo spettacolo che apparve ai nostri occhi fu terribile: in un silenzio irreale e drammatico, quasi tutte macerie, le nostre case quasi tutte rase al suolo e non un grido né un lamento, ma morti ovunque. Più in là fino al Ponte dell’Impero macerie e cadaveri che i soldati provvedevano già a caricare sui camion. Un ringraziamento particolare alla cara famiglia De Ranieri che poi sulla Calcesana ci dette generosa ospitalità. Quando la mattina dopo, per racimolare qualche vestito, tornammo a quello che rimaneva della nostra casa, trovammo gli artificieri che cercavano di disinnescare una bomba di oltre 500 kg che miracolosamente si era incastrata nel grosso banano del nostro giardino, inesplosa, e che ci aveva salvato la vita.
Maria Giovanna Mariotti
La Torre sembrò
poter cadere
Avevo dodici anni. Ero sfollato a Montemagno, sotto la chiesa, in una baracca in mezzo agli ulivi. Era il 31 agosto. Da qualche giorno, avevamo assistito, dalla terrazza della chiesa, al bombardamento di Livorno. Sentimmo di nuovo il rumore delle fortezze volanti. Incuriositi, andammo di nuovo sulla terrazza. Alle tredici in punto, iniziammo a sentire il rumore degli scoppi delle bombe e vedere il fumo che si alzava dalla città. La giornata era limpida, si vedeva la Torre di Pisa. Sembrava che, a causa dello spostamento d’aria, potesse cadere da un momento all’altro, fortunatamente non fu così. Poi tutto finì, rimase solo un grande silenzio. Mio padre lavorava a Pisa, cameriere all’Ussero. Fu sorpreso dalle bombe, mentre mangiava un piatto di pasta, da Nilo, in Piazza Garibaldi. Riuscì a scappare. Arrivò a Montemagno, in bicicletta, aveva ancora la forchetta in mano. Era andata bene, anche per noi, che eravamo lontani. Sapemmo poi delle distruzioni e della carneficina che la guerra ci aveva regalato.
Armando Barsotti
Un bimbo biondo
stringeva il pane
La guerra vera e propria si avvicinava. Il 31 agosto del 1943 stavamo mangiando ed in sette minuti mezza città fu distrutta. Insieme a tanta gente ci recammo verso la stazione ed, arrivati nei pressi della chiesa di Sant'Antonio, lo scenario che ci apparve fu apocalittico. C’erano cadaveri ovunque. Una colonna di militari tedeschi cercavano di ripararsi sotto il porticato dell'attuale amministrazione provinciale. Con lo spostamento d'aria vennero appiccicati al muro come se non avessero più un corpo, ma solo pelle. Il secondo giorno centinaia di cadaveri furono gettati sul ciglio del cimitero suburbano. Ho 87 anni ed ho sempre davanti agli occhi l'immagine di un bellissimo bambino biondo che stringeva nelle sue manine un pezzo di pane.
Marisa Falconetti
Fortezze volanti
sopra la mia casa
Nel 1943 avevo 17 anni e abitavo in una casa colonica che era ed è tuttora quella più vicina all’aeroporto di Pisa, lato Coltano. Il 31 agosto verso l’ora di pranzo cominciammo ad udire come un potente ronzio che aumentava sempre più di intensità. Mio padre, immaginando cosa potesse essere, esortò tutti a recarsi fuori casa in un rifugio sotterraneo che aveva costruito, ma io indugiai per vedere cosa sarebbe successo. Quando il rumore raggiunse il culmine, apparvero una moltitudine di grossi aerei che, provenendo dalla direzione di Livorno, ci passarono proprio sulla casa. Arrivati su Pisa notai che dalle fusoliere cominciarono ad uscire cose che a me e a mia sorella parvero corde lunghissime. Quando però quelle che noi pensavamo fossero corde arrivarono sulle case, capimmo che si stava consumando una immane tragedia ai danni della popolazione pisana. Vedemmo grandi nubi di fumo levarsi sulla città e ci giunsero i boati degli scoppi. Ci prese una grande angoscia anche perché in città si trovava mio cognato ferroviere. Qualche ora più tardi fortunatamente giunse a casa sconvolto, ma sano e salvo.
Alba Barsacchi
Scavalcammo
i morti
Nel 1943 avevo 18 anni, abitavo in via Cesare Battisti con la mia famiglia e lavoravo sul Lungarno come impiegata. Quel 31 agosto ero al lavoro quando alle 12.25 suonò l’allarme. Approfittando di ciò, io e le mie colleghe chiedemmo al commendatore il permesso di uscire dall’ufficio cinque minuti prima dell’orario previsto. Percorsi tranquillamente prima il Lungarno e poi Corso Italia fino ad arrivare sulla “barriera” diretta a casa dove mi aspettavano la mia mamma Gina ed alcuni parenti venuti da Genova a farci visita. Ci mettemmo a pranzo quando all’improvviso sentimmo una fortissima folata di vento che ci spaventò a morte. Ci precipitammo giù in cantina insieme alle altre famiglie che come noi vivevano nel palazzo e con alcuni passanti che, spaventati, avevano cercato un rifugio entrando dal nostro portone. La nostra casa crollò sopra le nostre teste e i nostri capelli, così come i nostri vestiti si fecero bianchi per la polvere che ci aveva investito e tolto il respiro. Per tre volte sentimmo gli aerei che volavano sopra di noi. Poi il silenzio. Mio padre, che si trovava alla stazione del trammino in piazza Sant’Antonio e che avrebbe dovuto iniziare il turno di lavoro, corse subito a cercarci ma non trovò più la nostra casa, soltanto macerie e cadaveri. Cominciò a piangere e a gridare i nostri nomi. Noi da sotto le macerie chiedevamo aiuto ed urlavamo disperati, tanto che mio padre riuscì a sentirci, così, con l’aiuto di altri sopravvissuti e con la forza della disperazione, scavando con le sole mani, riuscì a liberarci. Uscimmo fuori irriconoscibili, terrorizzati. Senza parlare ci incamminammo verso la campagna calpestando le macerie e scavalcando i morti.
Marisa Benedetti Baronti
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