Il Tirreno

Pisa

Quel giorno del ’43 sembrò di vivere la fine del mondo

L’allarme, le bombe che cadono, le case che crollano, oltre mille i morti Ecco la tragedia di settant’anni fa raccontata da chi c’era

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Tre fiammiferi

Mio padre mi ha sempre raccontato di quel giorno, 31 agosto 1943. Quando lui bimbo, aveva 12 anni, ma ormai grande, perché in situazioni del genere diventi grande prima. Era mezzogiorno e lui e mia nonna Rina si trovavano in cucina in una casa di Via Sant'Antonio vicino alla stazione, mia nonna accese un fiammifero per fare da mangiare e pure quello si spense, ne accese un secondo e anche quello si spense, al terzo fiammifero mio padre disse: «Andiamo a mangiare dalle zie», che stavano vicino al Duomo. E così si salvarono, la casa dopo poco fu rasa al suolo. Pensate! Dopo 70 anni il destino ha voluto che per tre fiammiferi non accesi vi potessi raccontare questa storia. In ricordo di un grande uomo: mio padre Moreno.

Alessandra Sabatini

Grida, poi silenzio

Sono passati settanta anni, ma sembra ieri! Eravamo nel sotterraneo del Giardino Scotto quando iniziò la fine del mondo! Sembrava che la volta della fortezza crollasse da un momento all'altro, dalle prese d'aria veniva giù tanta terra, grida e invocazioni ovunque. Noi eravamo avvinghiati al nostro babbo: l'unica àncora di salvezza, poi silenzio assoluto. Tutto finito? No! Sofferenze, tante sofferenze sarebbero continuate. La guerra non era finita!

Pier Michele Giannotti

Il cielo si oscurò

A Pisa il 31 agosto del 1943 era una giornata calda e bella. Avevo 18 anni, lavoravo in Borgo Stretto, quel giorno alle ore 12,20 il suono delle sirene ci avvertì che eravamo in allarme. Molte altre volte era successo, ma poi tutto ritornava calmo, quindi ero contenta perché così sarei tornata prima a casa in via San Michele degli Scalzi. Alle 13 esatte, mentre con mia madre ed i miei due fratellini ascoltavamo il bollettino radio, improvvisamente il cielo si oscurò: tanti erano gli aeroplani ed il loro rombo molto intenso. Le bombe piovevano a grappoli, gli scoppi fortissimi e l'odore misto alle macerie era unico, inconfondibile e da allora indimenticabile. Non ci restò che cercare, vedere e chiamare i parenti e gli amici più cari. Dopo fu un susseguirsi di ambulanze e camion con morti e feriti a bordo che lasciavano sulla strada delle lunghe scie di sangue. Questo fu il mio 31 agosto.

Liana Balestri

Ero al dopo scuola

31 agosto 1943 ore 13. Frequentavo la terza geometri a Pisa e fui rimandato a settembre. Quel giorno ero al dopo scuola per la riparazione dell’anno scolastico e avevo anche la febbre e il mal di gola. A mezzogiorno e un quarto a scuola suonò la sirena dell’allarme e io mi diressi al negozio dei miei genitori in via Garibaldi. In seguito, mentre pranzavo con la mia famiglia, alle 13, al segnale del giornale radio scoppiò il bombardamento paragonabile alla fine del mondo. Quindi inforcai la bicicletta e mi diressi verso la campagna. Sentivo dietro di me come una forza maggiore che mi spingeva in avanti, quindi mi gettai in un fossato aspettando la fine, ma non arrivava mai. La confusione era indescrivibile. Le persone domandavano di amici e parenti. Le case e le strade erano distrutte, i tram rovesciati. Morti a non finire. Il giorno dopo il bombardamento andai insieme a un mio amico - al quale era stata distrutta la casa degli zii nella zona della stazione - al cimitero di via Pietrasantina, Là portavano tutti i morti ritrovati in città e noi non riuscivamo a trovare lo zio del mio amico. Entrati nel cimitero a pochi passi dall’ingresso trovammo lo zio, insieme ad altre centinaia di morti. Lui era l’unico tra i tanti ad essere bianco, senza una goccia di sangue e senza un braccio. Così tornammo con i parenti e lo portammo via. Ho vissuto cose che oggi non riesco a credere di aver visto e che sono difficili anche da scrivere e da capire.

Osiano Noccioli

Sfollata ad Agnano

La prima paura della mia vita è stata la guerra. Ne sentivo parlare e l'agitazione e lo sgomento mi venivano trasmessi in maniera inconsapevole dai familiari. Quel giorno del 31 agosto del 1943 eravamo sfollati ad Agnano, avevo quattro anni. Non giocavo con gli altri bambini sulla piazzetta della Chiesa, come di solito, ma ero attaccata alla gonna di mia madre che guardava Pisa in fumo e piangeva. Mio padre e mia nonna erano là, avevano un'attività commerciale e lavoravano a Pisa. Ricordo la tristezza di quei giorni. I tedeschi in divisa, armati, che passavano con le jeep, il terrore di vederli e sentire quello che le donne dicevano: «Sono cattivi e poi quello che fanno laggiù». Terrore ingigantito dalla tenera età. C'era una cosa che non tornava nella mia logica di bambina: «Mamma, perché quelle ragazze ridono e vanno sulla jeep con i tedeschi?». Tante domande, tanta tristezza. E mamma piangeva. Poi, a metà pomeriggio, vedemmo arrivare a piedi, da Pisa, mia nonna e mio padre, stanchi e impolverati, ma vivi e, per un poco, tornò il sereno. Ma poi ancora paura e fuga sui Monti pisani con poco da mangiare. Pane nero duro, una ciotola di latte per noi bambini e le more che mio padre raccoglieva nel bosco sul monte per sfuggire ai tedeschi. E tanta tristezza. Il ricordo di quei giorni è sempre vivo in me. L’ho portato dietro tutta la vita.

Mirella Gadducci Giovannelli

Il suono delle sirene

Era il 31 agosto 1943, ero impiegata al Consorzio Agrario in via Garofani, gestito all’epoca dal fascismo. Sentimmo le sirene dell’allarme aereo, mi sembrò un lamento prolungato. Lasciammo l’ufficio in tutta fretta ed io mi recai a casa; abitavo in via Volturno alla discesa del ponte Solferino, dalla parte di Tramontana. Mia madre quel giorno aveva fatto la minestrina sul pesce, ne sento ancora il sapore squisito, ma non facemmo in tempo a degustarla tutta, le fortezze volanti arrivarono dal mare e, in pochi minuti, distrussero mezza città, quella dalla parte di Mezzogiorno dove oltre la stazione centrale e l’aeroporto c’erano le più importanti fabbriche di Pisa. I morti furono oltre mille. Il giorno dopo pregai mia madre di accompagnarmi alla stazione, dove i genitori del mio fidanzato gestivano all’epoca l’Hotel Roma, accanto all’allora Grande Hotel Minerva e ora Hotel dei Cavalieri. Davanti all’hotel c’era una buca così grande che ci potevano entrare due carri armati. La piazza della stazione sembrava un campo lavorato. I morti non si contavano più; continuarono a passare e passare per circa un mese su carri con destinazione cimitero affinché i familiari riconoscessero i corpi. Sembrava di essere tornati all’epoca della peste.

Rosalena G. Pieroni

Scampati alla morte

Il 24 agosto, domani, ci ritroveremo. Siamo i ragazzi un po’ anziani di Corte Venezia in via Fiorentina, scampati al bombardamento del 31 agosto del 1943, esteso da Porta a Mare fino a Putignano. Eravamo dieci famiglie che hanno vissuto dopo la guerra come una unica grande famiglia. Poi ci siamo sposati ed ognuno ha preso la sua strada. Quel maledetto giorno mio padre, che aveva 43 anni, insieme a mio fratello di 12 anni, era nella cava sull’Arno alla Cella a fare i mattoni a cottimo. In questo modo potevano guadagnare di più. Non avevano assistenza né assicurazione, ma non si sono mai lamentati. Lavoravano dall’alba al tramonto e anche la domenica.

Silvana Giannecchini

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