Il Tirreno

Pisa

Poveri in aumento, è lotta agli sprechi

di Francesco Loi
Poveri in aumento, è lotta agli sprechi

L’assessore: «La grande distribuzione ci può dare una mano». Defiscalizzazioni per le aziende che aiutano il sociale

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PISA. Assessore alle politiche sociali, da pochi giorni anche presidente della Società della Salute, Sandra Capuzzi è il volto più nuovo della giunta comunale. Due le domande attorno alle quali ruota tutto: cosa vuol dire fare l’assessore al sociale in tempo di crisi economica? E cosa significa esserlo “affrontando” una società sempre più multietnica?

Capuzzi, come ci si sente da assessore?

«La prima cosa è l’impatto con la macchina burocratica. Vengo da una realtà diversa. E’ strano trovarsi a fare i conti con regole stringenti, che spesso non dipendono nemmeno dal Comune. Per il resto incontrare le persone mi dà gratificazione e mi stimola a cercare anche soluzioni fantasiose per risolvere i problemi, andando oltre la burocrazia. Oggi i cittadini chiedono alla politica risposte concrete e trasparenza. Io ci metto la faccia, sempre».

Le politiche sociali oggi…

«Resiste ancora, sbagliando, una visione troppo tradizionalista, legata a quando c’era una disponibilità importante di risorse economiche. Ora, a causa dei tagli, bisogna pensare a un modello diverso. Penso perciò a un patto di comunità solidale sul territorio, dove ognuno dia una mano. E mi piacerebbe recuperare il ruolo del volontariato».

Proviamo ad approfondire questo concetto…

«Mentre la crisi economica prima o poi passerà, questa crescente crisi di valori non la potremo superare se non si inizia ora a seminare. Bisogna recuperare un senso di appartenenza alla comunità, quasi un po’ della sana tradizione contadina di aiuto reciproco. Oggi invece non si conosce il vicino di casa, la nostra è sempre più una società di soli. Da qui l’esigenza di un patto di solidarietà».

Ma come concretizzare questo patto con le poche risorse disponibili?

«Le risorse possono venire anche dalle imprese, a vario titolo. E dal recupero dello spreco, a partire dalle strutture tipo le mense. Ho intenzione di convocare grande e piccola distribuzione: se recuperiamo qualcosa da loro e lo diamo, ad esempio, alla nuova Cittadella della Solidarietà oppure alle residenze socio-assistite, è già un costo da cui veniamo sollevati. E comprendere da dove deriva lo spreco è comunque un passaggio formativo-educativo».

La fantasia oltre la burocrazia, diceva prima…

«Dovremmo provare ad escogitare soluzioni di defiscalizzazione locale. Esempio: se trovo un’azienda che mi dà 100mila euro e questa ha il modo di “alleggerirsi” di una metà forse qualcosa può fare. Altro esempio: se ogni ristorante di Pisa regalasse un pasto una volta al mese si troverebbe già una soluzione. Capisco che non sia facile e che oggi tutti, chi più e chi meno, hanno difficoltà da affrontare. Ma non ci può essere sviluppo senza dare una prospettiva alla società».

C’è un aspetto che più di altri la preoccupa?

«Non acuire i contrasti sociali tra stranieri e italiani, perché la crisi può far emergere il peggio. La società che abbiamo conosciuto da bambini non esiste più. Siamo diventati multietnici. E non bisogna avere paura di ciò che è diverso da noi, ma trovare ciò che ci unisce».

Soluzioni?

«Il meccanismo dell’assistenzialismo deve essere sostituito dalle politiche di integrazione. L’idea, rivolta agli stranieri, è che si deve partecipare a percorsi: una parte la mette l’amministrazione, l’altra chi riceve. Si sviluppino capacità imprenditoriali, ci si costituisca in cooperativa. Ci si metta in gioco».

Le ultime ricerche parlano di fasce di pisani sempre più a rischio povertà…

«Anche in una città come Pisa, che sembrerebbe salvaguardata da certi pericoli potendo contare su “fabbriche pubbliche”, tanta gente ha difficoltà ad arrivare a fine mese. Ricevo in media oltre venti persone al giorno in questa situazione. Gli stranieri, anche se disperati, manifestano una dignità disarmante. I pisani sono messi in ginocchio dalla perdita del lavoro, ma soprattutto sono numerosi i pensionati che hanno problemi».

Come si può controbattere?

«Si possono studiare soluzioni di co-housing, co-abitare. Specialmente per gli anziani, che fanno fatica ad andare avanti con 800 euro al mese, unire le forze potrebbe far diventare meno pesante il pagamento delle bollette. Dobbiamo promuovere pratiche di socializzazione. A Pisa con gli studenti, prima del mercato selvaggio, funzionava così: le famiglie davano in affitto una stanza della loro casa e quei soldi risultavano un’entrata molto utile. Non dimentico poi il fenomeno dei divorziati che con 1.200 euro al mese si trovano al limite: vanno scovati modi per sopravvivere, almeno».

Da pochi giorni lei è diventata presidente della Società della Salute…

«L’idea di sistema socio-sanitario integrato che ha alla base va salvaguardata. Aiuta a venire incontro ai disagi che altrimenti subirebbero un rimpallo di responsabilità. A Pisa la Sds ha funzionato e mi dispiace che la Regione invece sia intenzionata a tornare indietro. Ha preso come riferimento dove non ha funzionato anziché dove ha funzionato».

Cosa pensa che cambierà?

«Si aspetta l’approvazione del piano sanitario regionale per capire. Credo si vada verso un Consorzio di Comuni che si muove in convenzione con le aziende sanitarie».

E lei della Sds cosa vorrà cambiare?

«Più comunicazione, più trasparenza e più accessibilità per i cittadini. Ci sono certi documenti che anch’io fatico a capire, hanno un linguaggio troppo burocratico».

Parliamo della situazione locale…

«Qui ci sono tre cabine di regia: Asl, Azienda ospedaliera e Sds. Se riuscissimo a ragionare insieme su basi paritarie, elaborando un modello di vera sinergia, si arriverebbe ad un sistema ottimale. E’ una partita che intendo giocare».

Guardiamo la parte sociale della città…

«A settembre convocherò gli Stati Generali del sociale: chiederò cosa è possibile fare insieme. Vorrei andare verso un Forum permanente del Terzo settore, dove essere concreti e fare poche chiacchiere».

Questione delicata: i rom…

«Spesso quando si parla di rom ci si nasconde dietro la diversità di cultura. Sono fatti così, si dice. Ma ci sono rom che sono qui da trent’anni e penso abbiano acquisito una percezione dei diritti e dei doveri. In Italia ci sono 150mila rom e dovunque sono un problema. Ci saranno anche dei pregiudizi, ma vorrei che le comunità rom si chiedessero perché. Smettano di vedere solo un sistema assistenzialista, si mettano nelle condizioni di fare un salto di qualità».

Cosa propone?

«La questione si può risolvere, o migliorare, se ognuno fa un passo avanti. Se si pretende di vedere garantiti i diritti senza vedere dove sono i propri doveri non si parte con il piede giusto. Molti si sono integrati, i genitori lavorano ed i bambini vanno a scuola: vuol dire che è possibile. Ci vogliono buone pratiche e gesti di responsabilità da entrambe le parti. E questo non sempre è accaduto. Anche loro devono rientrare in un patto di comunità, con spirito di collaborazione vero, emarginando e denunciando chi quel salto di qualità non lo vuol fare».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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