Il Tirreno

Pisa

«Non basta più un leader i cittadini vanno motivati»

di Gianluca Campanella

Il professor Fabris giudica allarmante la disaffezione della gente verso la politica «Ha deciso lo zoccolo duro del centrosinistra, che alla fine sa distinguere»

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PISA. «È allarmante la disaffezione dei cittadini verso la politica, ma c’è ancora una possibilità per far recuperare loro le motivazioni». Il professor Adriano Fabris, tra l’altro docente di “Etica della comunicazione” al dipartimento di Filosofia dell’Università, offre un’analisi in chiaroscuro sul crollo dell’affluenza. Ma prima di affrontare la seria lettura dei numeri, si concede una battuta: «Gianni Alemanno a Roma ha dato la colpa al derby, dicendo che ha distratto gli elettori. Anche a Pisa si è giocata una partita e la squadra neroazzurra ha avuto un’affermazione importante, ma questo non ha penalizzato Marco Filippeschi. Quello del sindaco capitolino mi sembra un argomento deboluccio». Torniamo all’affluenza: il 57% degli aventi diritto si è recato alle urne a questa tornata elettorale, rispetto all’80,52 delle precedenti consultazioni. Il professore nota «l’evidente disaffezione, ma essa non vale in generale per tutti; gli elettori di centrosinistra sono andati a votare in numero maggiore rispetto agli altri, che forse non hanno trovato analoghe motivazioni». Lo zoccolo duro dei “rossi” quindi si dimostra sempre affidabile; ma questa fedeltà si può leggere in due modi: c’è chi ci vede un’adesione acritica, quasi un “effetto mandria” e chi, al contrario, legge la risposta compatta come una scelta consapevole di chi si fa tante domande, soffre, ma alla fine sa distinguere il migliore o, almeno, il meno peggio. Tra i due estremi Fabris si sente di escludere il primo: «Non credo all’ubbidienza organizzata, non si vive più così». Allora resta una spiegazione: «È più probabile che gli elettori del centrosinistra siano stati maggiormente convinti dai risultati conseguiti dal sindaco uscente e da una proposta radicata sul territorio». Poi c’è l’elemento numerico: cinque liste appoggiano Filippeschi e questo «ha moltiplicato i candidati consiglieri comunali, facendo aumentare la gente che ha lavorato per portare voti». Insomma, anche se in politica non sempre due più due fa quattro, in questo caso l’aggregazione ha premiato. Tanto è vero che il professore si sofferma sul risultato di Sel, «intorno al 5% che riflette il dato nazionale»: anche se a Roma il matrimonio è saltato, le vicende locali non ne hanno risentito. Infine «i sindaci uscenti, in genere partono in vantaggio. Tranne che per Alemanno, la regola empirica ha funzionato». Il crollo del M5s merita un discorso a parte: «Quella che sembrava una tendenza politica consolidata, adesso non è più tale. A livello locale influisce la debolezza dimostrata dai candidati con poca esperienza amministrativa e che hanno solo fatto proposte negative e non costruttive». Ma c’è anche un riflesso che arriva da lontano: «Non funziona più il modello della prospettiva leaderistica», che è un modo elegante per indicare forze politiche guidate da un uomo solo al comando. In questo che sembra il punto più basso del distacco delle persone dalla politica, «c’è un problema di rimotivazione dei cittadini alla partecipazione» che tuttavia ha una soluzione semplice: fare il contrario di tutto quello che c’è adesso. Quindi passare dal personalismo «alle prospettive concrete» e dalle decisioni calate dall’alto «al processo condiviso che coinvolga i cittadini nelle decisioni».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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