Sicurezza
Lo stopper mancato che se ne stava zitto alle assemblee
Filippeschi: «Non sono nato sindaco, lo sono diventato» Nonostante la timidezza vinta anche grazie ai social network
PISA. Come mai il sindaco è sempre al telefonino? Perché Marco Filippeschi, candidato al secondo mandato, manda sms anche a se stesso: «È il mio modo di lavorare. Se camminando per Pisa o parlando con qualcuno mi vengono idee, me le appunto sul mio numero di cellulare». Nel suo ufficio a palazzo Gambacorti ha un fascicolo con 14 pagine di «suggestioni»: quelle evidenziate in giallo sono finite nel suo programma di 69 pagine. Sempre sullo smartphone, Filippeschi fa un’altra cosa: «Rispondo personalmente a tutti quelli che mi scrivono sul web e con Facebook. Da quando ho questi profili online, circa tre anni, credo di essermi migliorato». Riassunto in un sms, per adeguarci allo stile: «Non sono nato sindaco, lo sono diventato».
Il piccolo Marco, invece, è nato calciatore: nel 1972, a 12 anni, da Fauglia «venivo con il trammino Pisa - Collesalvetti - Cecina a giocare come stopper o terzino nella squadra “Olimpia” di Putignano ». Era un buon vivaio seguito dal Milan e dal Torino; ma Filippeschi frequentò pure le superiori in città, all’industriale; e dopo gli allenamenti andava alle assemblee studentesche: «Ero timido e dovetti penare prima di riuscire a parlare, anche se non mi mancavano gli argomenti». Insomma, «la fama di marcatore duro ma tenace» gli è servita in politica e il calcio è rimasto nelle partite fra amici. Perché dal calcio, il sindaco ha capito pure che «mi piace più il gioco di squadra che l’impegno solitario». Riferimenti velati? «Prima, se c’era competizione era a chi fosse il più bravo. Oggi mi pare che non sia più così, vedo troppo personalismo». Presenti esclusi: se gli si chiede un giudizio sulla sua giunta, risponde: «Tutta gente tosta, con personalità forti. Ma si è creata una bella sintonia e il reciproco riconoscimento. In politica c’è spazio per l’amicizia; si può essere in disaccordo su alcune scelte, ma quello che conta è il valore delle persone». Inutile provargli a scippare aneddoti “scabrosi”: al massimo il sindaco racconta di «risate e scherzi, perché governare questa città può diventare anche divertente. Pisa ha tutto (turismo, eccellenze universitarie, industrie, aeroporto, ospedale, militari) e ti apre la mente. Certo, è una palestra severa. Ma è giusto così». Filippeschi prosegue: «Il sindaco è la persona più conosciuta in città e la più esposta al giudizio. Sei fra i cittadini e non puoi barare; ma è una soddisfazione quando gli stessi ti fermano per strada e riconoscono che stai realizzando il cambiamento. Tra le tante esperienze questa è la più coinvolgente». Sì, perché va ricordato che dopo l’iniziale timidezza, poi «mi hanno fatto fare il segretario di tutto: dai giovani comunisti fino al quello regionale del Pci; e poi due legislature alla Camera». Filippeschi entrò nel 2001 a Montecitorio con Enrico Letta; questi, ai tempi «dei primi laboratori Dc - Pci che a Pisa hanno favorito la nascita dell’Ulivo, mi scrisse nell’unico diverbio che avemmo: “Da te non me lo aspettavo, siete i soliti comunisti”». Acqua strapassata. Oggi Letta è premier e Pisa «può diventare nuovo laboratorio: vorrei che i giovani si interessassero ai temi del riformismo. L’Ulivo ha portato al superamento della Prima Repubblica, ora c’è bisogno di superare la Seconda: se lo Stato non funziona, non hai le condizioni per la giustizia sociale e i più deboli soccombono».
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