La manifestazione
Ingabbiata dentro e fuori la chiesa è una malata grave
Registrati cedimenti del terreno che mettono a rischio la stabilità dell’edificio «Servirebbero 2 milioni per risolvere i problemi, chiederemo aiuto alla Ue»
PISA. Una splendida signora, malata e invecchiata. Guardando quella facciata bianca a strisce grigie del romanico pisano-lucchese, con le sue cinque arcate cieche divise da lesene, con rosoni e losanghe e tre ordini di logge, non si può che rimanere a bocca aperta. E poi le colonnine tortili rosate, i capitelli del XII-XIV, qualcuno forse scolpito da Giovanni Pisano, il candore del marmo che contrasta con il verde del prato. E ancora, sullo sfondo a nord l'Arno, la Cittadella, la città che vive e corre sulle strade ignorando quel magico e suggestivo spiazzo. La chiesa di San Paolo a Ripa d'Arno è una delle più belle di Pisa. Edificata nel 1032 a una sola navata, consacrata nel 1149, ha subito nei secoli decine di trasformazioni sino ad assumere il volto attuale, in cui a motivi medievali se ne intrecciano molti altri del Sette e Ottocento. Risultato: una grande struttura a tre navate con transetto, cupola e abside. Purtroppo inagibile e sotto cura per gravi mali. L'interno, sobrio e severo si è infatti trasformato in una specie di installazione del XXI secolo. Colonne, archi, soffitto con la sua orditura lignea sono coperti da ponteggi, il pavimento protetto da cellofan. «I ponteggi sono autoportanti - spiega l'ingegner Claudio Barandoni, che ha il difficile compito di riportare a migliore vita la chiesa - fatti in modo da non toccare né scalfire le pareti». Un groviglio di ferri che nascondono tutto, anche i due santi Bartolomeo e Paolo che sarebbero stati affrescati su una colonna dal famoso Buffalmacco, di cui sono ancora visibili in un angolo del transetto sbiaditi lacerti di un ciclo a suo tempo ricco e brillante.
Cosa è successo a questa chiesa? «Nel novembre del 2010 una grande pietra caduta sulla strada dal paramento esterno del transetto nord ha dato il primo segnale di allarme - dice il parroco don Luca Volpi - La chiesa è stata subito recintata, la Fondazione Pisa ha reso disponibili 140.000 euro, di cui la metà sono stati impiegati per la sicurezza». Due anni di chiusura, ma nel gennaio 2012 sono emersi altri guai. Un monitoraggio sull'edificio per verificare la validità della struttura e la situazione della falda freatica, quest'ultimo ancora in corso, ha messo in luce una situazione di estremo degrado e pericolo, come spiega l'ingegner Barandoni. «Molto precaria è l'intera copertura. A soffrire in modo particolare sono sette capriate nella navata principale delle quattordici che sostengono il tetto. Sono le più vecchie, settecentesche, con il legno corroso dall'umidità e da insetti».
Ma a rischio ci sono anche le murature, tutta la parete sud ad esempio, molto debole, rifatta negli anni Cinquanta con materiali postbellici, dopo le lacerazioni causate dalle bombe. Materiali di scarto, detriti, che ora rendono fragilissima la parete, che oltre tutto ha una profonda ferita nella parte che affianca la facciata da cui rimane separata, come spiega l'ingegnere facendoci osservare una vistosa crepa che costeggia tutto il muro, esterno e interno, dalla base sino al tetto. Come si potrà rimediare? «Bisogna rinforzare tutta la parete e far combaciare i due strati interno ed esterno con sistemi da studiare».
Ma le pecche non sono finite. Dalla cupola piove, per cui sono state trasferite alcune opere di pregio come la tavola di Turino Vanni con Madonna, Bambino e santi e un Crocifisso dipinto. E nel sottosuolo, a 5 metri di profondità, ci sono differenze di spessore del terreno tali da poter provocare spostamenti alla struttura, avvertiti anche durante il terremoto di qualche mese fa in Garfagnana. La chiesa è sotto continua osservazione. «La cura sarà costosa - dice il parroco - Sono stati già spesi 400.000 euro della Curia e della Parrocchia. Ma ci vogliono perlomeno altri due milioni per fare tutto». Dove trovarli? «Mah! Chiederemo aiuti anche a livello europeo». E i tempi? «Con i soldi, nel giro di due anni potremo fare tutto. Ma ci vogliono quelli. E sono necessari, perché San Paolo a Ripa d'Arno così non può rimanere», conclude Barandoni.
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