Il Tirreno

Pisa

Quella “pulcherrima tabula” nella chiesa

Quella “pulcherrima tabula” nella chiesa

Gli annali del convento di Santa Caterina annotano nel 1319 (a Pisa 1320) la sistemazione sull’altare

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PISA. Gli Annali e la Cronaca antica del convento domenicano di Santa Caterina a Pisa annotano che nel 1319 (1320 del calendario pisano) fu sistemata sull’altare maggiore della chiesa una bellissima tavola dipinta dal senese Simone Martini (“pulcherrima tabula manu Symonis Senensis”). Priore del monastero era allora Tommaso da Prato e committente del dipinto frate Pietro “sacrista supereccellente”, che voleva abbellire la chiesa. Il convento di Santa Caterina era importante per l’ordine domenicano, in quanto sede dello Studio della Provincia Romana e luogo di raduno di frati con ruoli di rilievo.

Simone Martini, già noto per il grande affresco con la Maestà in Palazzo Pubblico di Siena, tornava dall’intensa attività napoletana ed assisiate per i d’Angiò. Per Santa Caterina di Pisa realizza il grande polittico, riemerso con i suoi colori brillanti dopo il restauro appena concluso. La struttura spettacolare ed elaborata, firmata nel pannello centrale “Simon de Senis me pinxit”, appare con tutto il suo fascino. Ben conservata, nonostante lo smembramento nel XVII secolo e la ricostruzione scorretta e non omogenea nel 1946.

Formata da grandi e piccoli pannelli, sovrastati da cuspidi, annovera 43 figure a mezzo busto dipinte su un preziosissimo fondo oro e inserite in arcature trilobate a tutto sesto. Le figure maggiori dei sette pannelli centrali recano il loro nome inciso sulla base della cornice: secondo l’attuale ricomposizione, al centro la Madonna col bambino e nei pannelli laterali, a sinistra i santi Maddalena, Domenico, Giovanni Evangelista, a destra Caterina d’Alessandria, Pietro Martire, Giovanni Battista. Angeli, santi, profeti, si allineano numerosi nei tabelloni superiori, nelle cuspidi e nella predella, dove affiancano Cristo.

Il grande rilievo dato nel dipinto alla parola scritta (libri, cartigli, iscrizioni, tavole di Mosè, lettere di Paolo) testimonia un’accurata elaborazione del programma iconografico, che doveva celebrare l’ordine domenicano, come testimonia, nella predella, la presenza di san Tommaso già con l’aureola, nonostante la canonizzazione avvenisse solo nel 1323. Il polittico, derivato da prototipi dell’ultimo Duccio, con conquiste spaziali e volumetriche, presenta straordinarie varietà e qualità cromatiche, equilibrio e armonia nella composizione, una stesura accurata in ogni minimo dettaglio. La ripulitura con le sue aggiornate metodologie scientifiche ha messo in luce i disegni sotto il colore e volumi non più visibili. Veniamo così a sapere che Simone disegnava con precisione a mano libera con carboncino sulla superficie ingessata delle tavole, ripassandovi sopra l’acquerello. E dipingeva con tinte cangianti, lacche rosse, pregiati blu oltremarini, adesso apprezzabili nella loro finezza. Il manto della Madonna, ad esempio, occultato da patine, ha ripreso pieghe e consistenza e l’oro del fondo, le aureole i fregi, la loro lucentezza.

Il capolavoro lasciò tracce nell’ambiente artistico pisano, dove divenne il nuovo modello di una serie di dipinti d’altare. Pittori come Francesco Traini, il Maestro della Carità, Giovanni di Nicola ne rimasero influenzati, grazie anche alla presenza saltuaria in città di Simone e della sua bottega. È probabile infatti che il pittore, chiamato a Orvieto subito dopo Pisa, invii nella città toscana i due collaboratori Lippo e Tederico Memmi, che nel 1324 sarebbero diventati suoi cognati e avrebbero proseguito i lavori rimasti sospesi. Nel XVII secolo l’opera venne divisa tra il convento domenicano e il Museo Civico di Pisa. Una curiosità: nonostante la firma, Giorgio Vasari la ricorda come di “Lippo Memmi”. Soltanto nell’Ottocento, scoperta la firma, ritorna il nome corretto di Simone. (m.t.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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