Il Tirreno

Pisa

Dona un rene al padre malato «Ma il mio non è un gesto eroico»

di Francesco Turchi
Dona un rene al padre malato «Ma il mio non è un gesto eroico»

Ex artigiano aveva subito il trapianto di fegato nel 1996, poi la terapia l’aveva costretto alla dialisi «Non ce la facevo più, Sara mi ha salvato». E lei: «Spero che quello che ho fatto serva da esempio»

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PISA. Trentadue anni fa Gennaro ha regalato la vita a Sara. E ora lei gliel’ha restituita. Una storia che comincia a Empoli e termina a Pisa.

L’amore verso il padre, gravemente malato, ha spinto Sara a compiere un atto di coraggio, anche se lei lo classifica come un «gesto normale». Sara è empolese, dipendente di una confezione, madre di una bambina. Primogenita di Gennaro, che da diciassette anni combatte ogni giorno contro i dolori che gli ha riservato la vita. Ma che oggi, grazie al cuore grande (e a un rene) di sua figlia, sembra finalmente concedergli un sorriso. Una storia straordinaria che hanno deciso di raccontare con la speranza che possa spingere anche altri a donarsi la vita a vicenda.

Il calvario di Gennaro Petrilli inizia nel 1996. Artigiano, è proprietario di una vetreria in via Gian Battista Vico a Empoli, con una manciata di dipendenti. Ma quello stesso lavoro che gli dava da mangiare, diventa l’origine del suo male. A causa di un’intossicazione acuta, provocata dall’esposizione a fumi tossici, viene sottoposto a un trapianto di fegato, con un organo proveniente da un cadavere. L’intervento viene eseguito a Pisa dal professor Franco Mosca, direttore dell’allora Chirurgia generale e trapianti dell’Azienda ospedaliera: «Sono stato il quarto in assoluto, dopo ne sono stati fatti altri tremila». L’intervento riesce alla perfezione e Gennaro torna a vivere una vita normale. Almeno per alcuni anni. Poi la terapia immunosoppressiva, necessaria per conservare la funzione dell’organo trapiantato, causa un lento ma inesorabile danneggiamento ai reni di Gennaro, fino a causare un’insufficienza renale cronica. Sei anni fa Petrilli inizia la dialisi a San Miniato. Ma l’unica via d’uscita è il trapianto: «Mi sentivo sempre peggio – racconta senza riuscire a frenare la commozione –. Negli ultimi quattro anni non sono mai riuscito a dormire. Quando andavo a letto mi assaliva un formicolio tremendo: il mio organismo non reggeva più la dialisi». Centinaia di giorni di cure alternati a notti insonni.

Un incubo quotidiano al quale Sara assiste con il cuore spezzato dal dolore di chi ha già perso prematuramente la mamma e ora vede il babbo prigioniero della sofferenza. «Mi sentivo impotente, stava malissimo». Gennaro è in lista d’attesa. Ma il suo momento non arriva mai: «Per quattro volte sembrava che l’organo ci fosse, sempre da cadaveri. Poi però arrivava il responso delle analisi e la compatibilità non c’era». Allora si fa avanti la sua compagna, infermiera di dialisi, conosciuta durante la malattia, dopo la scomparsa della moglie. Ma purtroppo, l’esito della valutazione, è negativa: non è idonea alla donazione per motivi clinici.

Ed è a questo punto che Sara fa un passo avanti: «Era l’estate scorsa. Ci pensavo da un po’ di tempo, perché non è una decisione semplice. Ne ho parlato soltanto col mio compagno, ma poi ho fatto la mia scelta in autonomia». E l’ha annunciata a Gennaro: «Babbo, il rene che ti serve te lo do io».

Lui piange, comprendendo la grandezza del gesto che sua figlia è pronta a fare. I due si confrontano con i medici. Che li rassicurano: non ci saranno ripercussioni negative nella vita di Sara. Gennaro accetta.

Un regalo dal valore inestimabile che il cinquantanovenne empolese si ritrova sotto l’albero di Natale. Il 19 dicembre, dopo un attento percorso di valutazione di idoneità guidato dai medici dell’Unità operativa di Nefrologia dei trapianti dell’Azienda ospedaliera-universitaria pisana, diretta dalla professoressa Maria Francesca Egidi, viene eseguito con successo il trapianto del rene dall’équipe dell’Unità operativa di chirurgia generale e dei trapianti diretta dal professore Ugo Boggi: «Il supporto della professoressa Egidi – raccontano padre e figlia – è stato fondamentale. Ci ha consigliati e guidati lungo tutto il cammino, spiegandoci che questo tipo di donazioni in altri Stati sono all’ordine del giorno. Semmai è qui in Italia che c’è scarsa cultura in questo senso. E poi i medici sono stati eccezionali».

Dopo tre giorni di degenza la figlia torna a casa: «Mi sono sentita subito bene. Posso fare una vita normalissima e praticamente non resta neanche una cicatrice. Il prelievo del rene viene effettuato in laparoscopia, non si tratta di un intervento invasivo. C’è chi nasce con un rene e vive la sua vita in maniera assolutamente serena e senza condizionamenti».

Il babbo resta qualche giorno in più in ospedale. Poi torna a casa. E si riprende, gradualmente, la sua vita.

Mentre Sara esalta la “normalità” del suo gesto, Gennaro, che vive con la pensione d’invalidità, la guarda con un misto di ammirazione, amore e gratitudine. Lei lo accarezza, sorride. Non amano le luci dei riflettori e non le hanno cercate. Hanno deciso di accenderle solo perché sperano che possa servire a salvare qualche altra vita, a spingere altre persone che si vogliono bene, a fare come loro: «Il mio gesto – assicura Sara – non mi ha portato alcuna conseguenza negativa. Anzi, mi ha migliorata, perché non vedo più mio padre soffrire ogni giorno, come accadeva prima. Abbiamo sempre avuto un rapporto bellissimo. Ora c’è qualcosa in più che ci lega, c’è una parte di me dentro di lui».

«E il trapianto – aggiunge Gennaro Petrilli – ha cambiato la mia vita. Anzi, me l’ha ridata».

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