Il Tirreno

Pisa

Biasci, l’ingegnere che ha sempre vinto contro la sinistra Dc

di Gianluca Campanella
Biasci, l’ingegnere che ha sempre vinto contro la sinistra Dc

Innamorato del centro, già deputato dello scudocrociato torna nell’agone politico con la lista “Avvenire per Pisa”

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PISA. A posteriori la definisce una «follia», perché Mario Biasci – candidato a sindaco con una lista civica – ha dedicato tutta la vita alla politica e alla Dc, tanto da rinunciare alla professione di ingegnere e a formare una famiglia. Ma ora, a 74 anni, fa capire di essersi divertito un mucchio.

Basta vedere il gusto con cui racconta uno dei numerosi aneddoti della sua esperienza parlamentare: tutti ricordano il 16 marzo 1993, piena Tangentopoli, quando «c’era uno stillicidio di avvisi di garanzia ogni giorno»; dai banchi dei leghisti comparve un cappio, mentre tutti i deputati del Carroccio urlavano «Mafiosi». Biasci era seduto accanto al suo capogruppo Gerando Bianco, cioè a un tiro di schioppo dai padani, cominciò un battibecco con loro, fino a quando (come si dice a Pisa) “gli partì la vena” e corse verso i seguaci di Bossi: «Mi sentii trattenuto da un paio di commessi che faticarono a fermarmi». A quel punto chiese a Bianco di cambiare scranno, «perché ho un carattere fumino e non volevo compromettermi»: il capogruppo disse che non ce n’era bisogno, eppure il giorno dopo Biasci si ritrovò “retrocesso” in basso, lontanissimo dalla pattuglia leghista.

La prima legislatura da deputato era partita nel 1987. Ma per capire come il candidato sindaco di “Avvenire per Pisa” è approdato a Montecitorio, partiamo dal liceo classico Galilei, dove Biasci arriva a 17 anni (la famiglia viene da Volterra): «I maschi non sapevano cos’era lo sport, mentre io avevo giocato a pallavolo con un allenatore jugoslavo ed ero bravino come alzatore». Per farla breve, il suo insegnante di educazione fisica lo scelse come allievo preferito e gli fece praticare di tutto, tanto che qualche tempo dopo, dai salesiani, Biasci rifondò e presiedette la squadra “Turris” di volley. Con tutti questi contatti, uniti a quelli del servizio militare («Mi sono laureato al Camen, attuale Cisam, quando era in funzione il reattore nucleare»), della scuola (insegnava tecnologia all’industriale ed era assistente all’Università) e del tribunale (era perito sui mutui, anche per le banche), nel 1975 «passai alla grande» come consigliere comunale. Una macchina da preferenze che sfidò il partito cinque anni dopo, quando «mi feci convincere da Giulio Battistini a candidarmi alle regionali; all’inizio non volevo, perché guadagnavo bene e penso che la politica sia una cosa seria: devi sacrificare tempo a tutto il resto». Ma una volta accettato, «la corrente di sinistra della Dc, che mi ha sempre ostacolato, pensò di danneggiarmi schierando nel mio collegio Carlo Ciucci; in realtà mi fece un favore, perché c’erano sei o sette di sinistra ma solo io di centro». Passarono Piero Pizzi e Biasci; terzo, per meno di 200 voti, Ciucci.

Biasci sfidò la sinistra Dc anche quando ci prese gusto e volle tentare il parlamento: entrò con 33mila preferenze. Ci sarebbero da raccontare tanti episodi; scegliamo i due più significativi: la visita ad Andreotti di mezza giunta Cortopassi organizzata dal “romano” Biasci per far arrivare i soldi per la Torre, a rischio crollo. E la lettera alla Piaggio per convincere i soci a non delocalizzare nel meridione, dove c’erano sussidi economici: «Quello di Benevento (Mastella, nda) aveva già preparato i manifesti con “2.000 nuovi posti di lavoro” e mi disse che l’avevo rovinato».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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