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C’è un nuovo modo per curare la dipendenza da oppiacei

PISA. Una nuova proposta per curare la dipendenza da oppiacei basata sul concetto di integrazione: integrazione fra approcci terapeutici ma, soprattutto, integrazione dei pazienti nella società...

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PISA. Una nuova proposta per curare la dipendenza da oppiacei basata sul concetto di integrazione: integrazione fra approcci terapeutici ma, soprattutto, integrazione dei pazienti nella società civile, all’interno della quale sono divenuti dipendenti e nella quale, per potersi dire guariti, devono potersi reinserire. E’ questo una dei temi di cui si è discusso alla Global Addiction Conference, iche si è conclusa ieri a Pisa.

«I modelli di cura oggi più diffusi hanno il limite di separare le persone con problemi di dipendenza dal proprio contesto sociale, emarginandole in comunità isolate come il Sert - spiega Icro Maremmani docente di Medicina delle Farmacotossicodipendenze all’Università di Pisa e presidente della Wfto (World Federation for the Treatment of Opioid Dependence) - Questo metodo rischia però di rivelarsi inefficace e fortemente soggetto al rischio di ricadute una volta che queste persone vengono reinserite nella società. La nostra proposta è invece quella di curare i tossicodipendenti direttamente nel loro “habitat naturale”: non drogarsi più nello stesso posto in cui prima ci si drogava rappresenta per noi la vera guarigione» Un approccio nato negli anni ’80 a Pietrasanta all’interno del “Progetto Comunità Aperta”, di cui lo stesso Maremmani è stato il fondatore. «All’epoca questo tipo di approccio fece scalpore – continua Maremmani - ma oggi, alla luce dei risultati ottenuti, dobbiamo chiederci se abbia ancora senso separare i tossicodipendenti dalla società in cui vivono e se questo isolamento può davvero portare dei vantaggi». Secondo Maremmani, infatti, i vecchi metodi di cura non tengono conto di come si è evoluto il fenomeno della tossicodipendenza negli ultimi decenni. «Trent’anni fa – spiega il professore – un eroinomane era soprattutto un “disgraziato”, una persona sola e che aveva perso tutto. Oggi i tossicodipendenti sono invece spesso padri, lavoratori o figli di famiglie agiate e socialmente ben inserite». Ad essere cambiato non è solo il tipo di consumatore, ma anche le sostanze con le quali viene curato. «I nuovi strumenti farmacologici sono meno manipolabili da parte dei pazienti e per questo non possono essere immessi sul mercato grigio, perché formulati in modo da non essere interessanti come farmaci d’abuso. Il corretto apprezzamento di queste due grandi novità – conclude il professore - può consentire una piccola rivoluzione: curare i tossicodipendenti nelle loro case, nel loro posto di lavoro e nel loro contesto sociale».

Tommaso Fabiani

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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