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Pisa

L’invito a pranzo dopo il furto del portafogli

L’invito a pranzo dopo il furto del portafogli

Imprenditore si presenta al campo rom e recupera il maltolto. «Hanno insistito perché restassi»

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CALCI. Va al campo nomadi per farsi restituire il portafoglio del quale era stato derubato. I sospetti subito addossati su due ragazze, una bionda e una bruna. «Se non posso riavere i soldi, almeno i documenti me li dovete ridare indietro …», ha detto in maniera garbata ma con fermezza presentandosi all'ingresso dell'insediamento dei nomadi. Così, è riuscito a rimediare, almeno in parte, al danno subito.

Protagonista della vicenda, a dir poco inusuale, Massimo Branca, un imprenditore edile il quale ha deciso di intavolare una trattativa personale. Si è presentato nell'area dove c'è il campo, ha chiesto ed ottenuto di parlare con il responsabile. Il portafoglio aveva preso il volo mentre l'imprenditore stava ballando in un noto locale. Racconta: «Quando sono tornato al tavolo, dopo aver fatto un giro di tango, mi sono accorto che il borsello, appoggiato insieme al giubbotto su una sedia, era aperto. Ho pensato al peggio collegando la circostanza al fatto che le due persone, prima presenti dietro di me, non c'erano più. Già mi aveva colpito il loro abbigliamento, tra l'altro indossavano scarpe non adatte ad una sala da ballo».

Branca è un imprenditore che si è fatto da sé, ma attualmente il settore in cui opera, l'edilizia, attraversa momenti difficili. «Sono stato costretto a licenziare quattro dipendenti e mi piange davvero il cuore. Tempo fa ero finito già nel mirino dei ladri. Ci ho rimesso denaro e un cellulare. Adesso questa nuova disavventura. Nel portafoglio c'erano 150/200 euro, ma il problema erano soprattutto i documenti, anche legati al lavoro, oltre al bancomat, tessere di credito, la tessera sanitaria. Mi sono sentito crollare il mondo addosso. Però non mi sono perso d'animo. L'indomani sono andato al campo nomadi chiedendo aiuto. Ho spiegato che avevo assoluta necessità di riavere i documenti e di sicuro qualcuno degli ospiti di quel campo ne era in possesso. Il "capo" ha capito e mi ha accolto bene. Ha promesso che avrebbe fatto di tutto per darmi una mano. Ha chiesto due o tre ore di tempo per verificare. Sono tornato, come d'accordo. A quel punto lui mi ha dato appuntamento in un bar di Pisa dove mi sono recato. Volevo offrirgli da bere, ma non c'è stato verso. È stato il responsabile dei nomadi a pagare rivelando che il portafoglio, avvolto in un giornale, privo dei soldi, ma con tutti i documenti potevo ritrovarlo dietro una cabina telefonica. Così è stato». Ma la storia non è finita lì. «Infatti – è ancora l'imprenditore che parla– il "capo", che parla un buon italiano ha insistito perché andassi a pranzo al campo nomadi. Ho accettato l'invito di buon grado. Con alcune decine di loro ho condiviso il pasto a base di una grigliata di carne. Mi ha colpito il fatto che nella baraccopoli, anche a tavola, gli uomini stavano da una parte e le donne dall'altra. Credo che faccia parte di quella cultura. Era una baraccopoli dove è palpabile la miseria, ma tutto era pulito, in ordine».

Pier Luigi Ara

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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