Gioco
Biologo e letterato mix originale
Orca troia! per un pelo non finivo per terra; ero maldestramente inciampato. E sì che ci passavo spesso di lì e non mi era mai successo. Mi ripresi e guardai in basso per vedere cosa avevo urtato col...
Orca troia! per un pelo non finivo per terra; ero maldestramente inciampato. E sì che ci passavo spesso di lì e non mi era mai successo. Mi ripresi e guardai in basso per vedere cosa avevo urtato col piede: il pesante coperchio di ghisa di un tombino con la scritta “FOGNA” era stato rimesso male nella sua sede e sporgeva leggermente da una parte, poco, ma quanto era bastato a far sì che ci inciampassi. Assestai un colpo di tallone sopra la botola e questa ritornò a posto con rumore metallico. Tutto era successo in via Rindi. Posteggiavo spesso la mia "ocus" (sì, lo so che non esiste un'auto con questo nome, ma la mia Focus ha perso la F della scritta), in quel parcheggio, uno dei pochi a Pisa dove non si paga. Da lì andavo a piedi in via Santa Maria per le mie lezioni di tedesco. Dopo la pensione avevo deciso di mantenere il cervello un po' in allenamento.
Passavo di solito o da via Santo Stefano o, se come quella mattina dovevo comprare il giornale, da via Piave. All'edicola la "civetta" del Tirreno strillava a caratteri di scatola la scomparsa di un noto sacerdote del circondario. Nella cronaca di Pisa appresi trattarsi di don Augusto Zaccagnini di cui conoscevo bene il fratello che era stato mio collega di lavoro.
Le notizie erano scarse, il prete, uscito dalla canonica della sua parrocchia di una frazione del comune di San Giuliano Terme sabato sera poco prima delle 20, non aveva più dato notizia di sé. L'auto, una Opel Corsa celestina, era stata ritrovata, chiusa a chiave, in via Supino a Pisa, ma di don Augusto nessuna traccia. Dopo la lezione andai a trovare Cesare, il fratello di don Augusto che, da quando tanti anni fa si era licenziato dall'azienda dove lavoravamo, abitava a Colignola. Qui esercitava in casa, e rigorosamente al nero, la professione di sarto da uomo.
«Cosa è successo?»
«Che ti devo dire, sono molto preoccupato, come sai, mio fratello era coinvolto in un sacco di attività. Non solo gestiva il centro sportivo e i campi da bocce adiacenti alla chiesa, ma era anche impegnato in diverse associazioni, tra le quali la San Vincenzo e, da qualche anno, era attivo sul territorio con l'associazione Libera contro le mafie. Con quelli non si scherza!» «Cesare, non sarà che ci sia sotto una storia di donne? Ci sono molte chiacchiere sul suo conto».
«Falsità, falsità. Mio fratello non è un donnaiolo come dicono, ti assicuro, è un sant'uomo. Tu sai bene che sono scapolo e ho avuto molte storie; pochi sanno che siamo gemelli e da questo, dal fatto che qualcuno mi vede in dolce compagnia e mi prende per mio fratello in borghese, è nata la leggenda del prete donnaiolo, ma ti ripeto, mio fratello, al contrario di me, è una persona pia e io sono veramente allarmato».
Lo lasciai con le sue preoccupazioni. Probabilmente avrei saputo qualcosa di più l'indomani. Infatti tutti i martedì mi incontravo, per andare insieme a pranzo, con il mio ex compagno di scuola Pietro, Pietro Cusimano, da anni commissario di polizia a Pisa, quindi coinvolto nelle indagini. Ci trovammo come al solito da Salza per l'aperitivo e poi decidemmo di andare a pranzo in un nuovo ristorantino, Frate Cipolla, in via Battichiodi dove, davanti a un ottimo stracotto al Chianti, entrai in argomento.
«A proposito del prete scomparso, io conosco bene suo fratello, che è molto preoccupato». Pietro assunse un'aria seria: «Purtroppo temo che abbia buone ragioni per esserlo, stiamo seguendo la pista mafiosa. Sei al corrente del suo impegno con Libera?»
«Sì, ma è emerso qualcosa?»
«Abbiamo trovato la macchina, il suo cellulare è irraggiungibile dalle 2 della notte tra sabato e domenica. Sappiamo che gli è arrivato un sms alle 18.15 di sabato che diceva: «Ho bisogno di aiuto l'aspetto alle 20.30 alla San Vincenzo di via Don Bosco».
«Mandato da chi?»
«Non si sa, il messaggio è stato inviato da un telefono pubblico di San Giuliano con una scheda telefonica nuova che poi non è stata più utilizzata».
«Non avete nessun sospetto?»
«Stiamo indagando tra i clienti delle Terme, molti provengono dal sud Italia e tra loro potrebbe esserci un sicario insospettabile, ti ricordi Antonio Badalamenti, alias Alberto Sordi, nel film di Lattuada?»
«Certo che mi ricordo, avete scoperto qualcosa?»
«Per ora nulla, purtroppo»
«E altre piste?»
«Non escludiamo niente, ma per dirtelo sinceramente siamo a zero…» Ci lasciammo così.
Il giorno dopo la trasmissione "Chi l'ha visto?" si occupò della scomparsa. Vennero riportati i particolari dell'auto ritrovata, dell'sms ricevuto, delle indagini a 360 gradi, ma novità concrete nessuna. Passarono giorni, il caso rimaneva oscuro e il Tirreno doveva fare salti mortali per pubblicare tutti i giorni qualcosa di nuovo sul caso. Il lunedì successivo, dopo la lezione di tedesco, andai di nuovo a trovare Cesare.
Lo trovai molto giù, ci mettemmo a parlare nel suo laboratorio di sartoria.
«Temo che per mio fratello ci sia poco da sperare. Già esco da una storia traumatica e questa è una botta troppo forte, sono distrutto, non sono più io, non riesco nemmeno a lavorare».
«Cosa ti è capitato?» chiesi premurosamente. Sorrise: «Tu lo sai che le donne mi sono sempre piaciute…»
«Lo so, e so che ti sei sempre dato molto da fare, anche quando eri al lavoro da noi. Ti facesti anche la Graziella…»
«Sì, ma quella era una da una botta e via, la dava a tutti…»
«Proprio a tutti no, a me non l'ha data…»
«Comunque, di recente ho avuto una relazione con una donna sposata, non è stata una come le altre, questa storia mi ha coinvolto profondamente, insomma mi sono davvero innamorato…» «E allora?»
«E allora, la cosa si è interrotta bruscamente perché il marito ci ha scoperti».
«Com'è successo?»
«Ci incontravamo in un appartamentino che ho affittato a Cisanello in via Paolo VI. Usavamo tutte le prudenze, entravamo e uscivamo separati, ma il marito, insospettito, l'ha seguita, l'ha vista entrare, ha aspettato, l'ha vista uscire e poi ha aspettato e ha visto uscire pure me. L'ha affrontata e lei, spaventata, ha deciso di interrompere ogni rapporto con me. Non so lei, ma io ne ho sofferto e ne soffro molto tuttora».
«Capisco che sia un brutto colpo, ma, come sai, il tempo guarisce queste ferite».
«Sì, ma ora questa disgrazia di mio fratello… sono proprio a pezzi, lui non si meritava una cosa così».
«Ne parli come di un santo, possibile che sia una persona così, senza difetti?»
«Difetti ce li abbiamo tutti, ma lui era, vedi, dico già era… è una persona speciale, l'unico difetto che gli conosco è quello di essere un po' vanitoso».
«In che senso?»
«Sai, Augusto era un tradizionalista per l'abbigliamento, portava ancora la tonaca, ma usava tonache "di lusso", le acquistava a Roma, in un grande negozio di piazza Santa Maria Maggiore, poi si faceva venire dei bottoni speciali con incise le sue iniziali dal famoso bottonificio Arienzo di Napoli. Io glieli sostituivo tutti, sono ben 33! Qui ho una tonaca nuova che gli dovevo consegnare in questi giorni». Così dicendo aprì l'armadio, la prese con il gesto tipico dei sarti e me la mostrò. I bottoni neri portavano incise le iniziali AZ. Mi soffermai ad osservarli, mi ricordavano qualcosa, avevo l'impressione di averli già visti da qualche parte. Eppure non avevo mai incontrato da vicino don Augusto… Allora dove li avevo visti? Cesare continuava a parlarmi, ma io ormai ero distratto e non riuscivo a seguirlo. Dopo un po' ci lasciammo. Continuavo a tormentarmi per riafferrare il ricordo di quei bottoni…
La notte feci un sogno: don Augusto mi si presentò davanti nel suo abito talare, con l'indice sinistro puntato sulla tonaca dove mancava un bottone e con quello della mano destra che indicava un punto a terra vicino a un… Mi svegliai di soprassalto e mi fu chiaro tutto. La mattina di buon'ora ritornai in via Rindi, lì vicino al tombino, infangato, giaceva ancora un bottone con incise le lettere AZ, identico a quelli mostratimi da Cesare. Evidentemente la settimana prima aveva attratto, anche se inconsciamente, la mia attenzione quando avevo dato il colpo di tallone. Non aspettai l'ora di pranzo, mi precipitai da Pietro: «Credo di sapere dov'è il cadavere di don Augusto e ho anche dei sospetti su chi potrebbe averlo fatto fuori». Mi guardò sbalordito, incredulo, ma ormai mi conosceva da dieci lustri e sapeva che di solito non parlavo a vanvera. Gli mostrai il reperto e gli dissi dove l'avevo trovato. «Dovresti torchiare Cesare, il gemello» e gli raccontai il mio ultimo colloquio con lui.
L'apertura del tombino di via Rindi e una sommaria ispezione portarono alla scoperta di quello che restava del povero don Augusto: poco più che la tonaca e le ossa, il resto era stato pasto di quella enorme colonia di ratti, a Pisa chiamati tarponi, che infesta da anni il canale coperto. Vicino al cadavere c'erano il cellulare, ormai inservibile, e le chiavi della Corsa.
Armando Volpi, marito dell'amante di Cesare, era un uomo irascibile, violento e vendicativo. Furbo ma non molto intelligente. Cacciatore regolare e di frodo, era noto nell'ambiente venatorio pisano per le sue battute clandestine alle folaghe sull'Arno, a Campo. Usava un fucile automatico calibro 12 dotato di un silenziatore auto-costruito. La sua abitazione fu perquisita e la sua Range Rover sequestrata e sottoposta agli esami della scientifica. La scheda telefonica usata per l'sms a don Augusto fu ritrovata nel cruscotto del fuoristrada. Tracce organiche riconducibili al Dna del sacerdote furono rinvenute nel vano posteriore. Il Volpi era caduto, come tanti, nell'errore di scambiare Cesare per il prete in borghese. Un errore risultato fatale stavolta per don Augusto! Aveva convocato il parroco con l'sms sapendo come fosse sensibile alle richieste di aiuto. Lo aveva atteso nei pressi di via Don Bosco e gli aveva sparato con il fucile silenziato. Poi, caricato il corpo sulla Rover, se ne era liberato nottetempo gettandolo nel tombino di via Rindi. Quel martedì fu giornata campale per il commissario, dovemmo rinunciare al nostro appuntamento settimanale. Ci trovammo il venerdì, sempre al bar in Borgo e di lì andammo a pranzo in via della Faggiola. Mi espresse la sua gratitudine: «Senza il tuo aiuto avremmo tribolato chissà quanto e forse non ne saremmo venuti a capo».
«È stata una catena di coincidenze» risposi «sembra un romanzo di Camilleri dove la mafia rimane sempre e solo sullo sfondo. Spesso è così, la realtà è più banale di quanto si pensi».
(I luoghi sono reali, ma i personaggi sono frutto della fantasia dell’autore).
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