Il Tirreno

Pisa

Quello scrigno d’arte ignorato dai più

di Maurizia Tazartes
Quello scrigno d’arte ignorato dai più

Dario Matteoni, direttore del San Matteo: «I visitatori sono circa dodicimila all’anno, ancora troppo pochi»

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PISA. Lo scrigno della città. Si trova là, sul Lungarno mediceo, in piazza San Matteo in Soarta. Dietro una piccola porta si apre un mondo di capolavori spesso ignorati. Eppure le opere del Museo Nazionale di San Matteo hanno una loro vita, si muovono, cambiano posto, si ripresentano belle con look rinfrescati, quando è il caso. Chi le va a vedere? «I visitatori sono ancora troppo pochi», dice Dario Matteoni, il direttore, con cui facciamo un giro per le sale. «Adesso sono intorno ai 12.000 all'anno. Sono cresciuti un po', nel 2009 erano sotto i 10.000».

La prima cosa che colpisce entrando, dopo aver passato il chiostro dove posano frammenti di architetture e sculture, è la luce. Una luce che cambia di sala in sala, calda, scura, chiara. «È tutto studiato - spiega il direttore - Attraverso la luce si sottolineano l'importanza delle opere, i particolari, la loro maggiore o minore antichità». La luce ha una funzione di commento agli oggetti e contrasto all'ambiente cupo, un ex convento, poi divenuto carcere e infine museo.

Nella prima sala, le monumentali Croci dipinte del XII e XIII secolo provenienti da chiese cittadine, capolavori assoluti di maestri anonimi greci, bizantini, pisani o con qualche nome come il fortunato Giunta Pisano, che firma la Croce di San Ranierino, sono illuminate con gradazioni diverse, come differente è la loro posizione.

La più vetusta, della fine del 1000, proviene dalla chiesa di San Paolo all'Orto, poi c'è la Croce del Santo Sepolcro di metà XII, quella bellissima di metà del 1200 già nel monastero di San Matteo di un pittore greco-pisano e altre ancora con i loro Cristi verdastri e sofferenti, straziati e accasciati.

«L'idea - spiega Matteoni - è di cambiare a lungo termine l'assetto del museo, renderlo più essenziale, minimalista, comprensibile, ma in questo breve e medio periodo stiamo riunendo le opere per tema e cronologia secondo criteri nuovi».

Nella seconda sala sono raccolti i Dossali, quelle grandi tavole dipinte sistemate nel '200 e '300 in varie posizioni sugli altari. Straordinarie opere che raccontano la vita dei santi attraverso la figura intera e piccole storie. «L'intento è sottolineare la loro evoluzione, i contatti e gli scambi di una Pisa cosmopolita». Il Dossale di San Francesco, ad esempio, tempera su tavola e oro di metà Duecento, attribuito a Giunta Pisano, si pone come modello di altri di pittori anonimi, dal Dossale con Santa Caterina d'Alessandria del Maestro di Calci a quello di San Silvestro del Maestro di Santa Marta (Francesco da Pisa?).

Dai dossali ai Polittici trecenteschi esposti in un'altra grande sala. Uno di fronte all'altro, si confrontano come in un muto dialogo Simone Martini e il suo seguace pisano Francesco Traini. Il primo con il suo capolavoro firmato, il Polittico di Santa Caterina d'Alessandria, del 1319-1320, con 43 storie. Traini con il Polittico di San Domenico, del 1344-1345, proveniente dalla medesima chiesa. Due grandi e originali microarchitetture lignee a fondo oro.

L'opera di Simone Martini è attualmente sostituita da una brillante immagine multimediale (realizzata dal museo in collaborazione con la Scuola Superiore Sant'Anna), che permette di apprezzarne ogni particolare. Ma il vero Simone "in carne ed ossa" non è lontano, è a pochi metri di distanza, nel laboratorio di restauro, visibilissimo. La sua presentazione sarà il grande evento di metà maggio.

In un ambiente laterale allestito di recente ci imbattiamo in una serie di statue di marmo trecentesche. Sono le sculture di Giovanni Pisano e seguaci che un tempo decoravano l'esterno della chiesa della Spina: meravigliose. «E pensare - spiega il direttore -che queste opere erano nei depositi, nascoste, sostituite da copie. Noi abbiamo fatto il contrario, le abbiamo tirate fuori e le altre sono finite nei depositi». E per completare, ecco la celebre Madonna del latte di Andrea e Nino Pisano, del 1343-1347, che un tempo era nella chiesa della Spina, come il grande dipinto con la Sacra Conversazione del Sodoma del 1542.

Il percorso continua in un corridoio scenografico, tra luci e ombre, con la schiera di sculture lignee allineate come in una sacra rappresentazione.

Il tragitto ci porta poi nel primo Quattrocento tra pittori senesi, fiorentini, forestieri e qualche pisano come Turino Vanni. Sono tutti in un salone che si intitolerà "I bagliori del gotico". Gentile da Fabriano, Beato Angelico, Alvaro Pires, Masaccio (oggi altrove per una mostra) e altri raccontano come dal 1409 Pisa sia stata soppiantata da Firenze in politica e nell'arte. «Questa parte la stiamo ridisegnando tutta e daremo il giusto rilievo a Masaccio», dice Matteoni. Anche il secondo Quattrocento sarà presto rivoluzionato, con le importanti presenze di Ghirlandaio, Niccolò dell'Abbrugia, Benozzo Gozzoli e poi Donatello, Michelozzo.

C'è un'altra novità: usciranno dai depositi due polittici fiamminghi attribuiti uno al Maestro della leggenda di Santa Lucia, attivo a Bruges tra 1475 e 1507, e l'altro ad un artista tedesco. Infine, l'ultima sala del museo continuerà a ospitare mostre temporanee.

Ma in tanta bellezza c'è un neo: la mancanza di un catalogo aggiornato, dopo quello di Enzo Carli del 1974, introvabile. «Speriamo almeno di poter fare una piccola guida», dice rassegnato il direttore.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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