Il Tirreno

Pisa

Il Ghirlandaio batteva le strade di Pisa

di Maurizia Tazartes
Il Ghirlandaio batteva le strade di Pisa

Oltre alla memoria degli storici, al Museo di San Matteo rimangono tre dipinti che testimoniano l’attività dell’artista

4 MINUTI DI LETTURA





PISA. C'è stato un tempo, nel lontano Quattrocento, in cui il pittore fiorentino Domenico Ghirlandaio batteva le strade di Pisa. Ordinava vino e farina, comprava fogli di carta da disegno dal cartolaio Baccino, affrescava in duomo, restaurava mosaici, dipingeva tavole d'altare. Una notevole attività tra Pisa, Firenze e altre città toscane. Con trasporto di panni, cibi, materiali. A leggere i documenti lo si immagina con il fratello David e qualche garzone a pranzare all'osteria.

Che cosa rimane di allora? La memoria degli storici. Ma restano anche tre dipinti che sono ancora lì nel Museo di San Matteo a raccontarci una lunga storia. Il primo, meglio conservato e di certa autografia, rappresenta la Madonna in trono con i santi Caterina d'Alessandria, Stefano, Lorenzo, Rosalia o Dorotea (tempera su tavola, cm 161 x 155), il secondo la Madonna in trono con i santi Gerolamo, Bernardo, l'arcangelo Raffaele, un altro santo non ben identificato e il committente inginocchiato (tempera su tavola, cm 144 x 143). Più sbiadito e appiattito quest'ultimo è considerato opera di bottega, forse ingiustamente perché nelle vecchie fotografie appare ricco e carnoso, molto simile al primo.

Si tratta di due Sacre Conversazioni ricordate nella Vita del pittore (1568) da Giorgio Vasari, che le dice fatte per i frati Gesuati della chiesa di San Girolamo. Lo storico aggiunge un terzo dipinto, oggi nel Museo di San Matteo, con i Santi Rocco e Sebastiano, donato dai Medici a quegli stessi frati. E considerato, non si sa perché, non di Domenico, ma del fratello David. Le tre opere nel 1688, soppressa la Congregazione dei frati, finirono alle monache benedettine di Sant'Anna e di lì nella sede attuale.

È probabile che le due Sacre Conversazioni siano state eseguite tra il 1478 e il 1479, nel primo round pisano del pittore, insieme al fratello David. Il trentenne Domenico a Firenze non ha ancora una sua bottega, ma una numerosa famiglia di orafi pittori e miniatori. Ha cominciato come orafo forse nello studio di Verrocchio, ma preferisce il disegno e la pittura e dal 1472 è iscritto alla Compagnia di San Luca dei pittori di Firenze. Dopo aver dipinto ad affresco in chiese fiorentine, nella Collegiata di San Gimignano, in Vaticano, eccolo nel 1478 qui in città con il fratello David, famigliari e aiuti a lavorare ad affresco in duomo. Spende in vino e farina e il 19 febbraio 1479 è pagato "lire 34 e soldi 10" per due affreschi nella sala grande dell'Opera della Primaziale, oggi perduti (una "Madonna col Bambino in collo" e una "Incoronata").

Probabilmente in questi mesi gli sono commissionate le due Sacre Conversazioni per San Girolamo, in cui il pittore cerca di mettere a punto un nuovo tipo di pala d'altare. Propone infatti una soluzione più articolata, con la Madonna seduta su un trono sopraelevato e i quattro santi laterali disposti ai lati, uno dietro l'altro. Lo schema innovativo, che porta in terra pisana tipologie di Verrocchio e Leonardo nei volti delle Madonne e dei Bambini, è subito richiesto nella vicina Lucca e in altre città.

A dipingere è soprattutto Domenico, mentre il fratello David amministra. Scrive Vasari: "Domenico dette a David suo fratello ogni peso di spendere, dicendogli: lascia lavorare a me e tu provvedi".

Ma i rapporti con Pisa non finiscono qui. Il secondo round accertato è nel 1490. In quell'anno David affitta una bottega a Firenze, in piazza San Michele Berteldi, mentre Domenico il 12 agosto è a Pisa a scegliere varie partite di mosaici d'oro e colorati da inviare all'Opera di Santa Maria del Fiore di Firenze, tramite un certo Zanobi. Gli servono per realizzare il mosaico con l'Annunciazione sulla lunetta della Porta della Mandorla del duomo fiorentino. All'inizio dell'anno ha portato a Firenze le porte dell'organo della cattedrale pisana per "colorirle". Il 16 marzo richiede infatti agli Operai il rimborso delle spese del gesso e della tela utilizzati.

Due anni dopo, nel 1492, è di nuovo presente in città con molti collaboratori, sistemato in un locale dell'Opera. Deve affrescare la tribuna del duomo e restaurarne il mosaico. Dopo aver "mandati a Pisa nell'ottobre un corbello con colori ed un sacchetto di panni suoi, al cominciare del novembre si recò egli stesso in quella città, dove, comprati con sei lire da tal Baccino cartaio venti quinterni di fogli reali per fare i disegni, tosto cominciò a operare" testimoniano le Ricordanze dell'Opera pisana.

Il pittore lavora indefessamente sino al febbraio 1493. Ma poi non ce la fa più, ha troppa nostalgia di Firenze. Così il 6 febbraio chiede all'Operaio del duomo cinque ducati d'oro "per andare a fare il charnesciale a casa". E, a Firenze, con la scusa del carnevale si ferma sino a maggio. L'Operaio gli manda là cibi, spezie, cestino e coperta. A riscuotere a Pisa sono i garzoni Domenico del Rosso, Ambrogio, Sebastiano Mainardi, maestro Andrea di maestro Giovanni da Perugia, Poggio Poggini e altri collaboratori. Il 22 maggio Domenico è di nuovo a Pisa per rimanervi sino al 13 giugno, quando, prima di rientrare a Firenze, fa i conti con gli operai per il vitto suo e dei collaboratori, riscuotendo qualche lira. I lavori condotti a buon punto, ma non finiti, saranno saldati agli eredi tra 1494 e 1502 perché l'11 gennaio 1494 il pittore muore a Firenze di peste, dopo cinque giorni di febbre. Aveva quarantacinque anni e alle spalle una grande carriera.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La manifestazione

Firenze, oltre 2.000 studenti in corteo: «Se ci togliete il futuro noi vi blocchiamo il presente»

di Redazione Firenze