Sicurezza
Avvocato sportivo e viaggiatore
Tanto si era appassionata al delitto; tanto non si era mai arresa alla colpevolezza del marito, poiché troppo poco poetica e lontana dal costituire il degno epilogo di una vicenda così tragica; tanto,...
Tanto si era appassionata al delitto; tanto non si era mai arresa alla colpevolezza del marito, poiché troppo poco poetica e lontana dal costituire il degno epilogo di una vicenda così tragica; tanto, ormai, si considerava un'abile investigatrice, vuoi per le innumerevoli letture che ne accompagnavano l'interludio tra la veglia e il sonno durante le sere d'inverno, quando, sola, seduta nel suo pomposo letto a baldacchino, si immergeva, come un'ancella nelle calde acque di una vasca termale, nelle avventure dei detective più conosciuti, vuoi per l'elevata fiducia che nutriva in se stessa e nelle proprie capacità intellettuali, a suo credere ben al di sopra di quelle altrui; tanto desiderava dare un volto all'assassino di una donna che, prima ancora di essere sua amica, considerava non solo la vittima di un omicidio efferato ma anche, ed ancor prima, di una vita gettata inutilmente al vento e svilita dai soprusi di un uomo arrogante e anaffettivo; tanto, insomma, questi sentimenti ne animavano le intenzioni ed affondavano profonde e salde radici nei recessi più reconditi della sua capacità emozionale che quella sera, al solo fine di far chiarezza su un crimine tanto spietato, aveva iniziato a riflettere profondamente, raccogliendo le idee e analizzando con dovizia le proprie considerazioni, per poi catalogarle e giungere in tal modo a una soluzione logica e razionale.
Conosceva molto bene tutte le persone coinvolte - la sorella, il marito, l'amante della vittima e il figliastro -, poiché facevano parte del suo ambiente e, dunque, le frequentava da anni, da quando, una volta maritatasi Augustine, la figlia avuta dal terzo marito, aveva acquistato un magnifico palazzo sul lungarno Pacinotti. Mathilde de Joyeux - la baronne, come tutti la chiamavano - vedova per ben quattro volte di altrettanti uomini non solo nobili, ma anche estremamente facoltosi, aveva incrementato passo dopo passo il suo patrimonio, divenendo dapprima una donna ricca, poi ricchissima, quindi plurimilionaria e, infine, una specie di nababbo: la sua casa di Pisa era il manifesto del suo gusto, eccessivo come lei, strabordante di opere d'arte e sontuose stoffe, manufatti in argento e preziose porcellane antiche.
Per prima cosa, aveva tentato di ricostruire i fatti, dei quali lei, in quanto amica intima della famiglia de' Revoli, conosceva particolari mai pubblicati sui giornali e noti solo agli inquirenti: Amalia - la vittima, un'avvenente cinquantenne sposatasi in seconde nozze con un industriale pisano, a sua volta vedovo e con un figlio estremamente irascibile - era stata trovata, intorno a mezzogiorno, distesa sul pavimento della sala da pranzo con il corpo martoriato da venti coltellate, da Tina, la cameriera, in procinto di preparare la tavola per la colazione; successivamente, l'arma del delitto era stata rinvenuta in un vaso cinese posto sullo scaffale più alto dello studio di Enrico, il marito anziano, geloso, spietato e privo di un alibi: l'autore ideale - tanto nell'immaginario collettivo che in quello delle forze dell'ordine - di un crimine dettato dalla passione nonché vittima sacrificale di un'inchiesta, data la notorietà e il ruolo della famiglia nell'ambito della vita sociale pisana, estremamente affrettata e il cui unico scopo era quello di porre fine, quanto prima e col minor clamore possibile, a un'operazione delicata e, se protrattasi troppo lungamente, di difficile gestione, sotto ogni punto di vista; tanto che l'arresto, seguito da una confessione, era avvenuto a soli due giorni di distanza dal crimine.
Ma per la baronne, che valutava Enrico per quel che era, al di là delle sue parole, quella inattesa confessione, ben lungi dal corrispondere alla realtà dei fatti, rappresentava unicamente il goffo tentativo di proteggere qualcun altro: egli, infatti, adorava il vulcanico figlio, nei confronti del quale si sentiva in colpa da quando, una volta sposatosi per la seconda volta con Amalia, si era reso conto giorno dopo giorno che ella era ben diversa da come lui se l'era figurata e l'aveva voluta - fedele, devota e remissiva -, rivelandosi, al contrario, la personificazione del vizio e dell'opportunismo. Per questo motivo i suoi atteggiamenti nei confronti di Amalia, dapprima improntati alla dolcezza e al rispetto, quasi una sorta di devozione, avevano subito una lenta ma irreversibile metamorfosi, divenendo, sebbene non materialmente ma solo moralmente, violenti e spietati, arrivando infine a capovolgere i ruoli e trasformando Enrico, inizialmente vittima di una donna assetata di denaro, in carnefice della stessa donna, che non riusciva più ad amare e che, dunque, aveva reso sua schiava; tanto che, alla fine, ella era stata costretta a rifugiarsi tra le braccia di un amante più giovane e senza un soldo, ma capace di offrirle il calore umano che le mancava. Se avevano continuato a stare insieme, benché il loro rapporto coniugale avesse visto il tramonto già da tempo, era solo per il timore di affrontare un divorzio che presagiva degradante e disastroso.
Quanto a Ludovico, il figlio, non aveva mai celato il proprio odio per colei che aveva ingiustamente usurpato il posto di sua madre e che, adesso, era sul punto di appropriarsi del suo denaro, quello che gli spettava di diritto e del quale lei era assetata allo stesso modo in cui un profugo, in mezzo al deserto, brami la preziosissima acqua. Dunque, l'odio palese di Ludovico aveva generato in Enrico il sospetto che il figlio, esasperato da una presenza tanto indesiderata e divenuta insopportabile per il padre, avesse posto fine a una convivenza odiosa per entrambi; e tale sospetto si era concretizzato, e aveva avuto come conseguenza, la confessione dell'uomo. Ma la baronne ne era certa: né Enrico, poiché troppo codardo, né, quanto meno, Ludovico, capace solo di odiare, ma non di agire, potevano aver commesso il delitto.
Quanto a Viviana, la sorella di Amalia - famosa per i facili costumi e nota a tutti per le lunghe passeggiate notturne tra piazza delle Vettovaglie, dove andava alla spasmodica ricerca di droga, e i locali più alla moda dei lungarni, dove incontrava uomini con i quali passare la notte - era quella realmente innamorata di Enrico, il quale, al contrario, non l'aveva mai degnata di uno sguardo, preferendole Amalia; né aveva preso parte al loro matrimonio, poiché già da allora covava un rancore viscerale nei confronti della sorella, che le aveva portato via l'unico uomo che avesse mai amato. Del resto, anch'ella, come Enrico e Ludovico, non era un'assassina: capace di provare odio per posa, era tuttavia troppo pigra e troppo poco intelligente per commettere un omicidio a freddo e, tanto più, così crudele. E poi, sarebbe stato troppo difficile, per Viviana, nascondere il coltello nel vaso cinese della biblioteca senza farsi notare.
Marco, l'amante venticinquenne di Amalia, se da un lato poteva essere esasperato dall'insistenza con la quale ella ne cercava l'affetto e le attenzioni, non aveva alcun interesse ad ucciderla, cessando, con la sua morte, anche le generose elargizioni alle quali ormai, dopo due anni di assuefazione al lusso, era avvezzo a godere.
No, non poteva essere stato nessuno di loro. Dunque, si chiedeva la baronne, dove cercare il brutale assassino? In certi momenti, nell'apparente impossibilità di darsi una risposta, la mente le poneva di fronte mille argomentazioni che la inducevano a credere nella colpevolezza di Enrico. Ma questi dubbi si dissipavano di fronte alle ragioni dell'istinto, che la spingevano in ben altra direzione. Fu così che, sulla scia dei romanzi di Agatha Christie, la sua autrice preferita, i quali la inducevano a ritenere che, per dare un volto all'omicida, era necessario scavare a fondo nel passato della vittima, al fine di analizzarne la personalità, comprenderne a fondo gli aspetti più controversi, trovare un movente e, di conseguenza, un assassino, si mosse in tale direzione e riuscì a dipanare il bandolo della matassa.
La mattina seguente, entrando nella casa di Amalia, nella stanza dove ella era stata barbaramente uccisa e dove, adesso, la stava ricevendo un Ludovico in lacrime - dovute in parte al senso di colpa per non compiangere la morta, in parte a quello di impotenza per non essere in grado di scagionare il padre - aveva trovato la soluzione di quel caso, apparentemente così semplice ma che, tuttavia, si era rivelato assai più intricato del previsto e che affondava le proprie radici in un trascorso assai remoto.
«Mi ricordo - raccontava a Ludovico - un fatto del passato di Amalia, o meglio, di quello della sua famiglia, che mi ha aiutato a comprendere; sì, poiché credo nell'innocenza di tuo padre e sono certa che sia stato qualcun altro a ucciderla. Forse saprai che quando aveva sei anni, suo padre, un ricchissimo industriale fiorentino, anche se poi caduto in disgrazia, venne rapito dalle Brigate rosse; venne pagato il riscatto richiesto ma, dopo il rilascio, egli fu in grado di riconoscere uno dei suoi aguzzini, che venne arrestato e condannato all'ergastolo; tuttavia, circa dieci anni più tardi, dopo aver vanamente tentato la fuga e non sopportando la vita in carcere, questi si tolse la vita. Ma c'è dell'altro: il rapitore di cui ti parlavo non era un uomo, bensì una donna, Cesarina Palla. Il nome non ti dirà niente e non lo associ a quello di nessuna delle persone che conosci, ma... ella era sposata, conduceva, apparentemente, una vita normale e aveva una bambina dell'età di tua madre. Mi sono bastate un paio di telefonate per risalire al nome di quella che, adesso, è una donna adulta e alla quale, avendo tuo padre confessato il delitto - per proteggere te, immagino, credendoti l'assassino - le indagini della polizia non avevano interesse a giungere: Concetta Lo Cascio... Tina, usando il diminutivo». La cameriera, che fino a quel momento, intenta a servire il caffè, aveva seguito con attenzione le parole della baronne, lasciò cadere la caffettiera e, per alcuni istanti, restò immobile, osservando la nobildonna e il giovane che la fissavano, l'una con soddisfazione, l'altro stupefatto. Ma quella fissità svanì in un istante, quando Tina, dopo aver gridato, accesa in volto: «il padre di quella bastarda ha ucciso mia madre; e adesso io l'ho vendicata», con uno scatto felino, corse alla finestra affacciata sull'Arno, l'aprì e si gettò nel vuoto, ponendo fine alla sua vita.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
