Proteste
«Tirato per i capelli in un processo che non mi riguarda»
Il professore Ceraudo respinge le accuse di lesioni colpose e passa al contrattacco denunciando per calunnia
PISA. È stato per circa 40 anni il direttore del Centro Clinico Don Bosco da dove sono passati mafiosi di grande calibro come Luciano Liggio e i fratelli Greco, camorristi e delinquenti come Vallanzasca. Ma anche tanti detenuti comuni. E in tutti questi anni il professore Francesco Ceraudo non è mai stato sfiorato da un'accusa o un'inchiesta «e questo perché - sottolinea il medico - ho avuto sempre un profondo rispetto delle persone affidate alle mie cur». Mentre, adesso, dopo due anni che è in pensione, ecco che si ritrova sotto processo e Ceraudo commenta: «Vengo tirato per i capelli in una controversia giudiziaria che non mi appartiene».
Il caso è apparso di recente sulla stampa. Natascia Berardinucci, un'infermiera dell'Asl di Chieti affetta dal Parkinson, ha accusato il professore Ceraudo e la psichiatra Simona Laura Elmi i quali devono rispondere di lesioni colpose e cooperazione nel delitto colposo. Ai due imputati viene contestato l'uso di un farmaco per curare la schizofrenia in una persona già affetta dal Parkinson. Cura che secondo l'accusa e la parte civile, sarebbe stata dannosa alla salute della donna al punto da renderla immobile a letto e incapace di badare a se stessa per il tempo in cui è rimasta in custodia cautelare nel centro clinico del carcere Don Bosco.
«Questa vicenda è un colpo basso e mi riempie di profonda amarezza» afferma Ceraudo il quale tiene a sottolineare che «non ho fatto io la prescrizione del farmaco né l'ho somministrato. Inoltre, il farmaco somministrato non è quello denunciato da Natascia Berardinucci. Infine, non sono stato io a firmare il certificato di dimissione dal Centro Clinico femminile Don Bosco. Semmai, ho redatto un certificato medico-legale di assoluta incompatibilità con il carcere grazie al quale la Berardinucci ha ottenuto un beneficio di legge ed è stata rimessa in libertà. E basta questo per capire la serietà di come sia stata seguita l'intera vicenda».
Chiedendo ulteriori spiegazioni, Ceraudo sottolinea come, quanto da lui affermato, sia documentato nella cartella clinica «in modo incontrovertibile come hanno già chiarito le superperizie redatte da illustri clinici dell'Università di Pisa».
In base a ciò, il professore Ceraudo non ci sta a recitare il ruolo della vittima ed è passato all'attacco con una circostanziata denuncia per calunnia in quanto si sente ingiustamente accusato principalmente su tre punti: di avere somministrato la puntura contro il consenso della paziente, di avere detto alla paziente la frase "tu oggi non esci viva da questo ambulatorio se non ti fai la puntura" e, infine, di avere curato le ferite con la varechina. E proprio su quest'ultimo punto sorride quasi incredulo: «Io avrei curato le ferite con la varechina?» e scuote anche le mani aggiungendo: «Al Centro Clinico, per timore di suicidi e autolesionismo, era stato bandito da tempo l'uso di alcol e varechina».
Il professore è deciso: «Non consentirò a nessuno di sporcare una storia di 40 anni di vita professionale spesa al fianco della popolazione detenuta. Ma ho la consapevolezza che la magistratura saprà ampiamente chiarire ogni addebito».
Infine, la conclusione: «Con molta franchezza posso affermare che anche in un posto terribilmente difficile come il carcere è stata assicurata a Natascia Berardinucci nel breve periodo pisano la tutela della salute e il rispetto assoluto della dignità della persona».
Giovanni Parlato
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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