Il Tirreno

Pisa

Nei suoi gialli l’America e la storia

Quando Alan Brisbane, CEO della Smithsonian Ltd. di Palo Alto, mi affidò l'incarico di recuperare il chip che gli era stato trafugato, non immaginavo che sarei finito a Pisa, in Italia. Ma andiamo...

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Quando Alan Brisbane, CEO della Smithsonian Ltd. di Palo Alto, mi affidò l'incarico di recuperare il chip che gli era stato trafugato, non immaginavo che sarei finito a Pisa, in Italia.

Ma andiamo con ordine.

In quel giorno di settembre, dunque, Brisbane si presentò nel mio ufficio a San Francisco perché temeva che la sua società, leader nel campo delle nanotecnologie, stesse per subire il furto di un rivoluzionario sistema di orientamento dei radar satellitari; ora, a completamento di tutto il lavoro - peraltro condensato in un minuscolo chip - si rendeva necessario inserirvi un programma di puntamento, perfezionato da un partner europeo. Uno scienziato italiano, Mario Ruspoli, era appositamente giunto a Palo Alto per prelevare il chip e portarlo con sé a Pisa per la necessaria integrazione.

Brisbane, che non era uno nato sotto le foglie di mais, aveva preso le sue precauzioni ed aveva scoperto che Ruspoli aveva già incassato un considerevole anticipo su un conto offshore. Lo scambio era previsto a Pisa di lì a quattro giorni, ma non erano noti né il luogo preciso, né l'orario, né l'identità dell'incaricato, se non che doveva trattarsi di un cinese. Avrei dovuto agire il giorno dello scambio, valutando ogni estemporanea circostanza per riportare il chip a casa senza troppo rumore.

Infatti, la Smithsonian Ltd. non voleva assolutamente che insorgessero problemi con le autorità locali che avrebbero compromesso le sue molteplici attività in Eurasia. Su Ruspoli esistevano inoltre solo dei sospetti e per questo Brisbane escludeva il ricorso a forze ufficiali, preferendo che fosse un detective privato come il sottoscritto che, peraltro, aveva, come sempre, degli arretrati da saldare.

L'assegno che Brisbane mi dette per l'anticipo mi fece ringraziare il Ruspoli, Pisa e quel benedetto chip, certo di interpretare anche i sentimenti della mia padrona di casa e di Joe del pub all'angolo che mi faceva credito illimitato per i pasti.

Forte delle indicazioni necessarie per rintracciare Mario Ruspoli, mentre l'aereo sorvolava la splendida costa toscana e si apprestava ad atterrare al "Galilei", ero quindi fermamente motivato a dare nuovo ossigeno al mio asfittico conto in banca.

Lo scambio avrebbe dovuto avvenire di lì a 36 ore, per cui ebbi il tempo di noleggiare una Fiat 500, sistemarmi all'Hotel Royal Victoria, sui Lungarni (1) e fare un primo sopraluogo nella zona delle Piagge dove abitava Ruspoli.

La casa aveva una sola porta d'ingresso e la strepitosa "500" sembrava l'ideale per un appostamento anonimo. Mi concedetti una visita alle meraviglie di Pisa ed una cena con pasta al pesce, baccalà in agrodolce ed un vino trebbiano locale che mi convinse ad andare a letto presto, prima di vedermi girare intorno Torre Pendente, Arno e Piazza Cavalieri tutti in una volta.

L'indomani, ben rifornito dal maitre del Royal Victoria con un cestino di prelibatezze, mi apprestai alla lunga attesa sotto la casa di Ruspoli.

Uscì verso le dieci; fece una breve sosta per comprare il giornale e rientrò immediatamente senza avere alcun contatto con chicchessia. Ruspoli non aveva l'aspetto stereotipato dello scienziato. Di media altezza, con pochi capelli e un po' di pinguedine, sfoggiava un paio d'occhiaie da far invidia a Nosferatu. Camminava con una andatura dondolante e si guardava spesso intorno con circospezione. Indubbiamente stava vivendo una situazione non usuale ed il linguaggio del corpo lo testimoniava ampiamente. Immaginai che avesse le mani sudate ed il battito cardiaco affrettato e mi fece quasi pena. Ma evidentemente il gruzzolo di bigliettoni che lo scambio gli avrebbe procurato, secondo lui valevano certo quella tachicardia. Non so come avrebbe potuto convivere con la propria coscienza, ma la mia parcella non prevedeva che sapessi rispondere a tale quesito.

Le ore trascorrevano lente, ma la mia assidua sorveglianza era indispensabile per monitorare ogni incontro o contatto con chiunque avesse potuto ricevere il chip da Ruspoli.

Nella tarda mattinata, dopo il passaggio di un ragazzo di colore che depositò della pubblicità nella cassetta della posta, si presentarono al cancello due individui ben vestiti. Quello con la valigetta "ventiquattrore" suonò il campanello.

Tutti i neuroni disponibili mi si accesero e l'adrenalina mi raggiunse anche le unghie dei piedi.

Scesi dall'auto e mi diressi verso il cancello di Ruspoli con passo calmo, ma deciso. Quando fui a 5-6 metri di distanza, lo scienziato si affacciò ad una finestra ed i due iniziarono a parlare di Dio e del Giudizio che attende tutti gli uomini, ottenendo che Ruspoli sbattesse loro la finestra sul muso con un secco "Non m'interessa!" e che le mie coronarie si riportassero a livello di sicurezza.

Rientrato in auto non mi rimase che attendere le prossime mosse di Ruspoli.

Nel frattempo ebbi modo di osservare lo scorrere sereno di un calmo pomeriggio pisano con gruppi di studenti rumorosi e tranquilli pensionati che portavano a spasso cani e nipoti. Tutti testimoniavano la qualità della vita che solo una sana città può offrire, tanto più se impregnata di arte e di storia come Pisa. L'aria era tersa ed il sole che si apprestava a scendere nel profondo blu del Mediterraneo, rendeva l'atmosfera calda e setosa, contribuendo a far apparire surreali gli avvenimenti che mi avevano riportato in Italia.

Si dice sempre che San Francisco sia la più europea tra le città americane, ma il quadro che Pisa offriva ai miei occhi attraverso il lunotto della "500", non mi sembrò paragonabile ad un qualsiasi altro pomeriggio californiano.

Mi immaginai infatti quel viale percorso da cavalli e da carrozze, da dame e cavalieri avvolti nei loro mantelli di velluto e dagli artigiani che tiravano i loro carretti; dai pescatori che offrivano il pesce appena pescato e dagli armigeri che passavano per il loro turno di ronda. Un salto indietro nel tempo, un salto nella storia della civiltà, un salto….come quello che feci quando Ruspoli aprì la porta di casa e ne uscì con due grosse valige.

Le infilò nel bagaglio dell'auto parcheggiata dall'altro lato della strada, dandomi così la certezza che i momenti dello scambio e della fuga stavano per concretizzarsi.

Lo scienziato si diresse a piedi verso una strada laterale ed appena ebbe svoltato l'angolo, scesi dall'auto e gli andai dietro. Incrociò diverse persone, ma non ebbe alcun contatto, finché entrò in un bar dove lo seguii. Era seduto ad un tavolo vicino ad una vetrina che dava sulla strada. Mi sistemai dietro di lui, in posizione defilata, ma da dove potevo agevolmente tenere d'occhio anche l'ingresso ed il bancone.

Due tavoli più in là una coppia di cinesi parlottavano fittamente. Gli altri avventori erano un gruppo di ragazzi che discutevano di calcio e due signore anziane che sembravano la pubblicità di un fondo tinta.

Ordinai un sandwich con cotoletta ed una birra. Non sapevo che in quel bar servissero cotolette di bisonte, ma mordere quel sandwich fu una dura prova per le mie arcate dentarie; anche Ruspoli sembrava aver ordinato qualcosa che lo faceva masticare con intensità e nervosamente, tanto da renderlo sempre più irrequieto. Il suo sguardo passava alternativamente dall'orologio da polso a quello che campeggiava sulla parete di fondo del bar, a testimonianza che qualcosa stava per accadere.

Per darmi un tono avevo preso un giornale e lo sfogliavo senza leggere, con tutti i sensi all'erta, ma non fu mai necessario che intervenissi. I due cinesi andarono alla cassa per pagare, ma lo scienziato non li degnò di uno sguardo; evidentemente doveva conoscere il suo uomo e, nonostante i cinesi ci appaiano tutti uguali, quelli non dovevano rappresentare il suo contatto.

Avrei dovuto intervenire per recuperare il chip, senza creare problemi con le autorità o con le persone, per cui stavo pensando di affrontare Ruspoli non appena fosse uscito. Infatti, era molto probabile che avesse il chip con sé e non avrebbe dovuto essere difficile impossessarmene in quel tratto di strada che portava dal bar al viale dove aveva parcheggiato. Era evidente che Ruspoli avrebbe opposto resistenza, ma la sua pinguedine deponeva senz'altro in mio favore.

Il santo protettore dei detective squattrinati avrebbe dovuto solo farmi trovare deserto quel tratto di strada; ove fosse stato distratto, avrei rimandato a quando fosse salito in auto. Scivolare nell'abitacolo contemporaneamente a lui non avrebbe causato alcuna turbativa e contavo che il revolver avrebbe avuto una certa capacità di convincimento. Se proprio fosse stato necessario, lussargli un dito alla volta avrebbe accelerato le operazioni di recupero del chip, senza creare pubblico scompiglio, né pregiudicare il futuro contributo del Ruspoli alla scienza.

Forte del mio piano, scolai la birra giusto in tempo per seguire il mio uomo che si era mosso per pagare il conto. Mi alzai e mi sistemai in fila alla cassa. Ora Ruspoli sembrava più disteso, prese il resto e si avviò verso l'uscita, senza curarsi dello scontrino. Pagai, presi entrambe le ricevute e lo seguii.

Appena fuori, finsi di dare un'occhiata agli scontrini, in modo da permettergli di avviarsi; avrei avuto tutto il tempo per raggiungerlo nel tratto di strada che speravo di trovare deserto.

Improvvisamente, dal marciapiede opposto si materializzò una ragazza cinese, affatto appariscente, ma dagli occhi luminosi e svegli. Pur divisi dalla strada, il Ruspoli le fece un cenno d'intesa e proseguì la sua camminata dondolante, mentre la ragazza mi passò accanto, diretta verso l'ingresso del bar.

Improvvisamente capii e non mi restò altro che guadagnarmi la parcella, senza ricorrere ad alcuna delle due ipotesi che avevo elaborate.

Mentre l'aereo mi riportava in California ero quasi dispiaciuto di non poter vedere la faccia di Ruspoli mentre reclamava il saldo del suo tradimento, convinto che i cinesi lo stessero turlupinando, ed i ghigni dei suoi amici orientali che avevano già pagato metà del prezzo convenuto, in cambio di niente!

Ma, nello stesso tempo, non potevo fare a meno di sorridere, nell'immaginare il sollievo del mio conto quando vi avessi depositato la parcella pagatami dalla Smithsonian Ltd.!

Nel taschino della giacca avevo il chip ed i due scontrini del bar di Pisa.

Il giorno prima, seduto al tavolo di quel locale, ero stato convinto che Ruspoli avesse dovuto impegnarsi come me per masticare la cotoletta, ma in realtà lui aveva preso un dolcetto alla frutta….niente che giustificasse tutto lo smascellamento che avevo notato!

Infatti, aveva solo masticato della gomma, che aveva usato per attaccare il chip - precedentemente avvolto in una sottile pellicola - sotto al tavolo, a disposizione del suo contatto.

Ed era lì che lo avevo recuperato, anticipando la cinesina senza che questa se ne rendesse nemmeno conto.

Al volante della mia Chevy del '97 mi beavo del suo rombo su per i tornanti di Sausalito, sentendomi un po' in colpa per gli apprezzamenti che avevo provato alla guida della "500" a Pisa. Alla fida Chevy non lo dissi mai, ma qualche volta mi sembrava che in accelerazione singhiozzasse un po'. Ma forse sono io che sono troppo sensibile!

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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